67 Festival di Berlino: Skins e Just Like Our Parents, la Spagna e il Brasile di Panorama

Just Like Our Parents

Non accetta compromessi il film d’esordio del giovanissimo Eduardo Casanova che si – e ci -interroga sul concetto di bellezza e sul suo peso nel definire la persona nella società contemporanea, sul rapporto tra apparenza e sostanza, sul rifiuto, disgusto e feticismo. Skins (Pieles il titolo originale) è prodotto da Alex de la Iglesia, predilige i colori rosa e lilla e indulge all’estetica della pop art, tanto da evocare alcune figure iconiche di Pierre e Gilles. Il film raccoglie più storie indipendenti che a un certo punto si intrecciano. I protagonisti di Casanova hanno delle deformità fisiche, non accettano il proprio corpo (o parti di esso), sono dei feticisti. In una società bisognosa di etichettare per poter riconoscere l’altro e provare a interagire, dove ciò che si colloca al di là della normalità è freak, ognuno di loro è alla ricerca della propria felicità che sembra trovarsi alla fine di un cammino un pochino più tortuoso rispetto agli altri. Ma chi sono gli altri? Gli altri siamo noi, noi spettatori che costituiamo ignari un microcosmo sociale e giudicante. Casanova ci mette alla prova, non credendoci sulla parola (e come biasimarlo!) ci sfida con immagini provocatorie: riusciamo davvero a empatizzare con chi è diverso dal canone stabilito? Riusciamo davvero a trascendere la fisicità e considerare solo la persona/personalità, come chiede Ana a Ernesto? Meritiamo tutti la felicità o in fondo cediamo alla credenza che alcune persone siano nate per soffrire? Il tocco kitsch e l’aurea di artificialità della pellicola stemperano la drammaticità della condizione di emarginazione di questi abitanti di pelli diverse ma non intaccano la riflessione brutale e grottesca sul corpo e sui sentimenti di repulsione/attrazione provati ‘a pelle’.

Spostando il fulcro dell’attenzione dall’accettazione di sé all’ambizione alla perfezione, eccoci arrivare a Just Like Our Parents (Como Nossos Pais) di Laís Bodanzky, dove protagonista assoluta è Rosa (Maria Ribeiro), madre, figlia, moglie, amante, donna in carriera, donna. La regista brasiliana e sceneggiatrice al tempo stesso, insieme al marito Luiz Bolognesi, offre uno sguardo femminile sulla figura della donna ai tempi della piena – o quasi – emancipazione.  Questo dramma contemporaneo osserva la criticità del ruolo della donna all’interno della famiglia, come figlia e genitore al tempo stesso, riflette sulla diatriba tra dovere e desiderio, sulla lotta per la parità dei diritti in casa e in società. Rosa prova a mantenere in equilibrio il suo mondo fatto di una relazione turbolenta con la madre, che un giorno decide di rivelarle l’identità del suo vero padre, con un marito assente perché impegnato con le tribù amazzoniche e potenzialmente fedifrago, con le figlie che crescono, del suo lavoro che non la soddisfa ma garantisce stabilità economica alla famiglia. In fondo alla lista, quasi dimenticati, appaiono i suoi desideri, carnali e idealisti, che la spingono a oltrepassare i limiti autoimposti e a esplorare(si). Rosa è una Nora (quella di Casa di Bambola di Ibsen) del nostro secolo, o almeno rappresenta quello per cui secondo lei avrebbe lottato Nora una volta presa la sua strada. Il mondo che Rosa abita è più costruito e squadrato (come le definisce la sorrellastra lesbica che demolisce la sua visione borghese di amore e famiglia) di quanto non immagini la nostra ‘femminista erotica con le Converse ai piedi’. La bomba detonata dalla madre sull’identità del vero padre è in fondo una crisi che le viene in soccorso, che la obbliga a guardarsi dentro e a indagare la sua natura, le origini delle sue ambizioni e passioni. Just Like Our Parents è il viaggio dell’eroina che fa ritorno a casa con il tesoro, con la conoscenza autentica e più profonda di sé.

Francesca Vantaggiato



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