La nostra vita

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Mentre costruisce mattone su mattone una palazzina della periferia romana, Claudio (Elio Germano) vede andare in pezzi la sua famiglia per l’improvvisa morte della moglie (Isabella Ragonese), con cui ha messo al mondo tre figli.

“Quando la vita ci mette davanti alla perdita delle persone più care” dice Daniele Luchetti, unico regista italiano in competizione per la Palma d’oro al Festival di Cannes, “spesso ci trova del tutto impreparati ad accettarla e a gestirla, come è successo a me quando a 33 anni ho perso mio padre”.

La stanza del figlio di Nanni Moretti aveva già affrontato nel 2001 il delicato tema del lutto, ma questa  pellicola, fatta di riprese alla luce del giorno e di primi piani dalla forte carica emotiva, colpisce per energia e vitalità. Il film accende i riflettori sulle nostre fondamenta, addentrandosi fra pilastri e calcinacci dell’industria delle costruzioni, dove il lavoro nero e gli incidenti non denunciati sono situazioni ‘ordinarie’, in un Paese abituato a considerare ‘normale’ l’illegalità. Il proletariato è raccontato senza sconti e senza celebrazioni, evitando pregiudizi e strumentalizzazioni socio-politiche. “Ho cercato soprattutto l’autenticità – spiega il regista – al punto da eliminare le scene più comiche e drammatiche della sceneggiatura”. Sebbene il protagonista sia dichiaratamente maschilista, il film sottolinea che è l’elemento femminile a determinare l’equilibrio e a mediare gli affetti della famiglia, tanto che alla morte della moglie Claudio si occupa solo dei bisogni materiali dei figli, ma non parla mai con loro.

La frase emblematica “non lo so, comunque se lo sapessi non saprei spiegartelo, ma se lo sapessi spiegare non capiresti” è il manifesto dell’incomunicabilità che attraversa tutta la pellicola e che attanaglia una società dedita all’avere invece che all’essere.

Lucilla Colonna

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