Il cliente: Farhadi ci racconta ancora le ferite maschili, in Iran

Il cliente

Sono carichi di tensione i film di Asghar Farhadi: Una separazione (2011), Il passato (2013) ed ora Il cliente. Titoli composti solo di un aggettivo e un sostantivo, sobri, come sobrio e asciutto è il suo cinema. Storie quasi del tutto girate all’interno della famiglia, in relazioni domestiche, di coppia,  e con  se stessi.

Se le coppie dei due film precedenti erano fragili e fragili le personalità, ora parrebbe di no. Emad (Shahab Hosseini) e Rana (Taraneh Alidoosti) sembrano volersi parecchio bene, e forse hanno pensato di fare un figlio. Se ne parla indirettamente, ma tutto fa pensare ad una  genitorialità che potrebbe completare l’intesa tra i due. Condividono anche il lavoro sul palcoscenico, dove stanno mettendo in scena Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller. Lui fa anche l’insegnante di letteratura in classi maschili, con le quali ha saputo stabilire una sana relazione educativa fatta di stima, affetto, autorevolezza.

Eppure la narrazione inizia con la fuga concitata dalla loro casa che sta per crollare e che, anche se poi regge, rimane segnata da crepe insanabili. Simbolo evidente di una società in caduta libera, ma anche di una minaccia pesantissima su Emad e Rana. E lì, nel vuoto dello stesso appartamento con i muri instabili, Farhadi ha voluto concludere il suo racconto, che non ci ha  lasciato respiro per due ore, senza un momento di stanchezza.

È questa l’abilità del regista iraniano: seguire i personaggi da vicino, rendendoceli da subito  familiari, facendoci entrare nella loro vita attraverso le stanze e gli oggetti, le scale, i vicini di pianerottolo, le voci, gli sguardi, le parole, i gesti, i silenzi.

Emad e Rana sarebbero tranquilli se di colpo non arrivasse l’altro, il nemico, l’estraneo che destabilizza, forse il cliente della prostituta (forse) che viveva prima di loro nella casa nuova. Rana gli apre distrattamente la porta pensando sia il suo Emad………… il resto non lo vediamo, perché tutto si consuma fuori scena, come nelle tragedie greche. E di tragedia, da questo momento in poi, se ne accumula sempre più. Un dramma personale che la coppia non riesce a condividere. Lei dice di avergli confidato tutto, ma resta la testimone e la vittima muta che, nei primi giorni, non riesce a riprendersi dallo shock; lui vorrebbe scuoterla e andare dalla polizia, ma sappiamo, per averla già vista in altri film iraniani, quanto sia poco accogliente la polizia di Teheran. Poi, la svolta. Vediamo Emad regredire psicologicamente (mentre Rana un po’ si rasserena), fino a fare suo un codice morale che sembrava non appartenergli.

Si fa scontroso persino con gli studenti, e proietta sull’opera che sta recitando tutta la sua rabbia. La crisi del commesso viaggiatore diventa la crisi di chi la rappresenta e un disastro collettivo se  Farhadi fa dire a un personaggio sul terrazzo, davanti alla vista della città, che la ricostruzione c’è già stata una volta e non è servita a nulla. La ferita di Miller è l’ insostenibile ferita di Emad e della società, della cultura iraniana, resa dal suo pensiero ossessivo di trovare l’uomo che ha violentato sua moglie, anche se di questa violenza noi non siamo così sicuri. Lui sì: non c’è ambiguità nella sua mente, solo la certezza della vendetta. Per noi invece tutta la narrazione procede su una doppia possibile verità, quella covata da lui e quella di Rana, che è diventata più bonaria.

Certo che le donne di Farhadi sanno esercitare una benevolenza di cui gli uomini sono assolutamente incapaci. In Una separazione la moglie vorrebbe ricomporre, ma il marito non esce dalla gabbia di un senso di giustizia tutto suo, non accetta compromessi e si irrigidisce sempre più, mentre la donna che desidera vicina si allontana, come Rana si sta allontanando da Emad e dal suo eccessivo rigore. E sono gli uomini sempre alla mercé di un passato da cui non si liberano, come i due protagonisti maschi del penultimo film del regista,  Il passato, appunto. Soprattutto Samir che dovrebbe prepararsi al matrimonio, ma mentre vernicia la casa della sua nuova vita, viene bloccato da un’allergia  (anche qui, se pure a Parigi, un’abitazione cadente che non  riesce a rinnovarsi, quasi a dire che non solo a Teheran si fa fatica a costruire). La protagonista femminile, Marie, invece, non vuole mai guardarsi indietro, nella sua fase progettuale negata agli uomini.

Le donne non sono solo più aperte verso gli altri nel presente (con quello che in realtà subiscono!) ma anche nei confronti di  un tempo, perché no, in cui le cose potrebbero cambiare. La moglie del commesso viaggiatore di Miller (in scena una Rana ingrigita per l’occasione) non si rassegna davanti al suicidio del marito, avvenuto proprio il giorno in cui hanno finito di pagare il mutuo e avrebbero avuto davanti a loro prospettive più serene.

Sanno godere, inoltre, le donne, di un’empatia, anche questa sconosciuta ai loro uomini che si dibattono in rivalità, rancori e litigi meschini. La novità di questa storia consiste nel fatto che proprio da un personaggio come Emad non ci aspetteremmo ombre così spesse e retaggi di un passato così oscuro. Pare addirittura addolorato più di tutto perché i vicini sanno, e, con la loro solidarietà e la loro solerzia, sono proprio lì a ricordargli che sanno. Ma è un senso di ‘svilirizzazione’ esagerato,  incoerente per l’Emad che credevamo di conoscere.

Un uomo sul palcoscenico due volte, in classe al mattino e a teatro la sera, che vive più vite, quelle dei suoi personaggi e quelle degli studenti per la sintonia quotidiana con loro. La ricchezza esperienziale nella quale è immerso rende ancora più colpevole il suo smarrirsi tra le sbarre di una prigione costruita da se stesso o dalla moralità  del suo condominio, o da quella che gli uomini di Teheran, anche se colti giovani e borghesi, si portano dentro.

Ma usciti dal cinema viene da chiedersi se una storia così sia esclusivamente iraniana. E questa è decisamente la grandezza di un film apparentemente piccolo. A volte verrebbe voglia di scuotere Emad e riportarlo ad una realtà meno assoluta della sua, perché lo sentiamo comunque vicino, pur nell’incomprensibilità delle sue scelte. Avercelo presentato nella prima parte del film in un quotidiano molto simile al nostro, e aver costruito una verità via via sempre più ambivalente, sembra volerci dire che la caduta nella sua logica di vendetta sia tutta  iraniana; ma, attenzione, ci fa molto riflettere sulla nostra difficoltà a prendere davvero le distanze.

Margherita Fratantonio



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