Stasera alle 23 su Rai 4 Snowpiercer di Bong Joon-ho

  • Anno: 2013
  • Durata: 126'
  • Distribuzione: Koch Media
  • Genere: Azione, Fantascienza
  • Nazionalita: Corea del sud, USA, Francia
  • Regia: Bong Joon-ho
  • Data di uscita: 27-February-2014

Snowpiercer è un film del 2013 diretto da Bong Joon-ho, basato sulla serie a fumetti francese Le Transperceneige di fantascienza post apocalittica. Il film rappresenta il debutto cinematografico in lingua inglese per il regista sudcoreano Bong Joon-ho.

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In un mondo decimato da una nuova era glaciale, un gruppo di sopravvissuti rimane in vita all’interno di un treno, lo Snowpiercer, che continua a spostarsi intorno alla terra e procura la sua energia attraverso un motore perpetuo. Il treno è un microcosmo di società umana diviso in classi sociali: i più poveri vivono nelle ultime carrozze; i più ricchi nei vagoni anteriori. La convivenza tra loro si proietterà inevitabilmente verso lotte e rivoluzioni. Tratto dal fumetto francese Le Transperceneige, il film è una delle opere più attese e chiacchierate degli ultimi anni. Non fosse altro per l’enorme budget che lo sostiene: 38,2 milioni di dollari che lo incoranano come la produzione cinematografica più costosa di tutti i tempi per la Corea del Sud. Una produzione mastodontica che vede il coinvolgimento anche della Francia e degli Stati Uniti, come dimostrato da un cast multietnico che va da Chris Evans a Octavia Spencer, passando per Song Kang-Ho, attore feticcio del regista. Si tratta, insomma, di un blockbuster d’autore che vede il regista Bong Joon-Ho confrontarsi con Hollywood e le sue dinamiche, non ultima quella dei problemi distributivi legati alle richieste di tagli da parte di Harvey Weinstein.

“I tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti/ sembrava il treno anch’ esso un mito di progresso/lanciato sopra i continenti”, cantava Guccini. E il sogno d’uguaglianza, che permeava quel testo, si ripropone identico nel film, sotto le vesti di una lotta di classe tesa a far giustizia. Una suddivisione in classi sociali resa visivamente esplicita dagli scompartimenti del treno, una locomotiva simile all’Arca di Noè come chiara metafora della società. Questo spirito marxista, motore della storia, si unisce poi al consueto pessimismo del regista, che non manca di sottolineare ripetutamente la natura nera dell’uomo. Ci troviamo così di fronte a un esempio di fantascienza distopica cupa, raggelante, ma che non manca di sprazzi d’umorismo e aliti di speranza, in piena continuità con opere come Brazil (d’altronde non sarà un caso se un personaggio si chiama Gilliam). Bong Joon-Ho riesce, anche in questo caso, a mescolare la vocazione popolare del suo cinema (il confronto con i generi si era già avuto con il thriller capolavoro Memories of Murder e l’ottimo monster movie The Host) al gusto per l’imprevisto e l’interesse verso la condizione umana. Inizialmente strutturato come un escape movie, man mano che i protagonisti avanzano di vagone in vagone, il film, invece, muta forma attraversando stili, generi, soluzioni stilistiche e narrative spiazzanti, che rendono l’opera avvincente dal punto di vista formale grazie a un lavoro scenografico impressionante e una fotografia sorprendente. Il transitare dei personaggi dal vagone dove si creano le barrette di proteine – unica fonte nutrizionale per i passeggeri dell’ultima carrozza – al vagone dell’aula scolastica, è poi una mezz’ora di cinema imperdibile. Quasi si trattasse di un videogioco, la pellicola procede per livelli progressivi sempre più esagerati, dando vita a una corsa mozzafiato dove lo spettatore non può che restare a bocca aperta. Il risultato è uno dei film di fantascienza più inventivi degli ultimi anni, dove sono ben evidenti i compromessi narrativi (i dialoghi didascalici, il manicheismo dei personaggi, una progressione narrativa scontata) e le scelte autoriali (il grottesco ai limiti dell’assurdo, il rito sacrificale legato al corpo, una visione nerissima della società), per un risultato sbilanciato ma che sorprende. Per il suo debutto in lingua inglese Bong Joon-Ho non poteva fare di meglio, confermandosi l’unico, tra i suoi colleghi coreani, in grado di confrontarsi con l’America senza snaturarsi.

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