Dopo l’amore

  • Anno: 2016
  • Durata: 100'
  • Distribuzione: Bim Distribuzione
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia, Belgio
  • Regia: Joachim LaFosse
  • Data di uscita: 19-January-2017

Sinossi: Dopo 15 anni di matrimonio, Marie e Boris decidono di divorziare. Dal momento che Boris non può permettersi un’altra casa, devono continuare a vivere insieme. Una situazione molto complicata perché nessuno dei due è disposto a cedere.

Recensione: Se avete apprezzato il film iraniano di qualche anno fa, Una separazione di Asghar Farhadi, potrete ancora di più amare questo nuovo film del regista belga Joachim Lafosse  (i due autori condividono l’attrice Bérénice Bejo, che Farhadi ha utilizzato nel suo film Il passato, e ora Lafosse ha mantenuto per lei addirittura lo stesso nome, Marie).  Non che siano uguali, ma sono entrambi film minimalisti che rappresentano la nevrosi di coppia, raccontano il distacco e soprattutto le difficoltà nel lasciare andare l’altro. Nella storia iraniana il motivo del conflitto era il desiderio di fuggire di lei, e l’attaccamento alle radici di lui, soprattutto al padre ammalato. “Non sa neanche che sei suo figlio” dice la moglie, e lui risponde: “Ma io so che è mio padre”.

In Dopo l’amore,  invece, le ragioni dell’allontanamento non le conosciamo fino in fondo, ma quelle della difficoltà di divorziare, sì, e sembrano tutte legate ai soldi. Il titolo originale del film infatti è L’économie du couple. Ancora una volta una traduzione fuorviante, e tanto!  Lui vorrebbe dividere il valore della casa esattamente a metà, duecentomila euro per essere liquidato, lei gliene offre centocinquantamila. Quei cinquanta mila euro di differenza sono il motivo apparente del contendere. Lei ha comprato la casa, lui l’ha ristrutturata e vuole a tutti i costi  che il suo lavoro venga riconosciuto: “Ci ho messo le mie mani, il mio sudore, il mio amore”.  

Marie non esita a dire che ormai detesta il marito, Boris (Cédric Kahn); lui è meno propenso al divorzio, il più dipendente, dalla famiglia e dalla sicurezza economica. In realtà Marie e Boris sono arrivati al capolinea da un po’. Non sappiano quanti dei quindici anni vissuti insieme siano stati così, quanto sia durato l’amore e da quanto duri il disamore. Li vediamo prigionieri di una casa molto bella, che si fa quasi personaggio, che testimonia l’impegno della coppia,  ed ora è solo teatro delle loro mezze frasi pronunciate  a denti stretti. Lei è più rigida, ma forse è solo più arrabbiata. Detta in continuazione regole al marito e alle due gemelline di nove anni, che tutti e tre amano trasgredire. L’adulto perché si sente sminuito da una moglie  più ricca, tanto da dire alle figlie che si può essere ricchi anche di idee, di libri, di sogni; le bambine perché cercano un posto all’interno di un clima irrespirabile.

Amano il padre, meno affidabile per la madre ma per loro più complice, più dolce e allegro. E’ lui che legge le storie prima di dormire, ingaggia gare di solletico e sa giocare, ridere, ballare.  Ma non ha lavoro ed è perdente agli occhi di lei. Insomma,  questo gruppo di famiglia in un interno, ripreso sempre nei riti quotidiani, non trova pace. Spesso lo vediamo durante la preparazione dei pasti, mentre si apparecchia la tavola e a tavola, senza però la gioia della condivisione.  I genitori, ciascuno chiuso nel proprio rancore, non riescono a proteggere neppure ciò che hanno di più caro, e quando la tensione sale non ce la fanno a non litigare davanti alle figlie. Lafosse ci ha regalato solo una scena di intesa tra i quattro, emozionante, quando ballano insieme al ritmo di Bella di Maître Gims.

Per il resto, una guerra dei Roses senza crescendo e senza paradosso. Dopo un po’ ci si aspetta che le ostilità sfocino in qualcosa di grosso, per gli stupidi stereotipi della narrazione a cui siamo abituati. Non succede, perché il logorio consiste proprio in questo, nel dissidio che è sempre uguale a se stesso, nella tela di ragno che avviluppa i due poveri adulti così bambini. Nelle interviste rilasciate, Lafosse cita Winnicot dicendo che: “la catastrofe è sempre avvenuta prima”; intendendo che nella coppia si portano sempre le ferite della vita vissuta prima che la coppia esistesse. Tanto più se l’amore finisce, e con questa lettura, sì, che il titolo Dopo l’amore andrebbe bene, quando la parte più piccina del Sé emerge senza controllo.

Il regista Lafosse, anche lui figlio di divorziati e gemello, ci avverte di aver girato il film in modo che lo spettatore possa scegliere da che parte stare, o non stare. In realtà lo sforzo è quello del continuo altalenare da una parte all’altra; quando Marie si fa particolarmente aggressiva teniamo per lui e quando Boris è insopportabilmente aggressivo-passivo capiamo di più lei. Un’attenzione emotiva che ci fa seguire la quotidianità tra le mura e il giardino di casa senza mai distrarci, bensì con un’empatia che raddoppia quando vediamo il dolore dei grandi, grandi si fa per dire, con gli occhi delle due bimbe.

L’intimità familiare, con tutte le sue dissonanze, piace a Joachim Lafosse che aveva già girato Folie privée (2004), Proprietà privata (2007) Lezioni private (2008), e con questo ultimo film la rinnova, creando una storia che, pur dovendo entrare nei luoghi sacri della casa e dei sentimenti, sa essere discreta e misurata. E commovente.

Margherita Fratantonio

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