Masterclass con M. Night Shyamalan

M. Night Shyamalan

    M. Night Shyamalan è un autentico fiume in piena. Durante l’affollatissima masterclass seguita all’anteprima del suo ultimo film Split, l’autore di opere considerate ormai classici come Il sesto senso o The Village parla a briglia sciolta della sua idea di cinema, trasmettendo al pubblico un amore viscerale verso ciò che sembra vivere più come un atto di fede che non come un mestiere. Capita di rado di parlare con un artista così preciso nel dettare le coordinate del proprio universo stilistico e narrativo e ascoltarlo è un vero piacere. Ovvio che il punto di partenza dell’incontro sia il suo nuovissimo Split, seconda collaborazione con il produttore Jason Blum dopo The Visit che arriverà in sala il prossimo 26 gennaio e racconta l’inquietante storia di un uomo (uno straordinario James McAvoy) affetto da un grave disordine della personalità.

    Prima di tutto ti va di spiegarci da dove nasce il protagonista di Split: un solo personaggio che ne ha dentro altri 23?

    Per comprendere appieno questo film bisognerebbe partire dalla sua fine. Il protagonista di Split era infatti già presente nella prima sceneggiatura di Unbreakable e, nello specifico, era uno dei tre personaggi principali. All’epoca decisi di scartarlo con l’idea di dedicargli un film in seguito. Ma il tema del disordine dissociativo della personalità è sempre stato di mio interesse. L’idea di avere tante persone – bada bene, non diverse personalità – che risiedono in un unico corpo è straordinaria.

    Immagino che la scelta di un attore che potesse interpretare contemporaneamente personaggi diversi non sia stata facile. Puoi raccontarci com’è andata?

    Certo, non ci sono tanti attori capaci di recitare un ruolo del genere. Con James McAvoy ci siamo incrociati per la prima volta un anno e mezzo fa al Comic Con. Io ero lì per promuovere The Visit e, allo stand successivo, c’era James che presentava gli X-Men. L’ho fermato e gli ho detto che ero un suo grande fan e lui, a sua volta, mi ha risposto che anche lui era un mio fan. Abbiamo parlato per cinque minuti e poi mi ha chiesto di andare a bere un po’ di shot di tequila e io ho risposto “no, grazie”. Quella sera deve essersi ubriacato parecchio. Ma qualcosa in lui – non ultimo il fatto che avesse i capelli cortissimi per interpretare Xavier – mi fece pensare che potesse essere l’attore giusto per il mio nuovo film. Tempo dopo, quando gli ho mandato la sceneggiatura di Split, se ne è innamorato subito.

    Tu sei uno strano regista. Tecnicamente fai film di genere, affrontando però temi da cinema d’autore.

    Io non credo di fare film di genere, piuttosto penso di essere un regista di film drammatici. Anzi, quando qualcuno mi dice che faccio film horror ci rimango sempre un po’ male.

    Come nasce l’abitudine di comparire spesso come attore all’interno dei tuoi film?

    Mi piace recitare, tutto qui. In generale amo essere produttore, regista, attore…perché fa tutto parte del mio mondo. Penso a me come al proprietario di un ristorante che arriva a lavare anche il pavimento perché tutto sia esattamente come dice lui.

    Quanto pesa nel tuo cinema il fatto che tu provenga da una cultura che accetta l’idea del soprannaturale?

    I miei genitori vengono dal Punjabi e, come molti indiani, hanno una spiritualità molto accentuata che riescono a far convivere con gli elementi della quotidianità. Io poi sono cresciuto a Philadelphia con il mito della Coca Cola e di Michael Jordan e credo di aver combinato queste due anime che cerco di mantenere vive nella mia vita. Da un lato andavo in una scuola in cui si parlava di Gesù e poi tornavo a casa ed ero a contatto con tutt’altro tipo di religiosità. I miei film mi danno la possibilità di parlare di questi aspetti diversi della mia vita.

    È vero che i tuoi genitori volevano che facessi il medico?

    Ebbene sì, confesso che all’inizio la mia passione per il cinema è stata un problema. Gli indiani hanno nella vita hanno tre possibilità: o diventano medici, o ingegneri oppure avvocati. E nella mia famiglia sono tutti dottori. Io invece volevo andare alla scuola di cinema di New York ma, essendo uno degli studenti più brillanti del mio liceo, i miei genitori erano convinti che avrei portato avanti la tradizione professionale di famiglia. Quando ho annunciato a mio padre che volevo realizzare il mio sogno di fare cinema lui era davanti alla TV che guardava  una partita di hockey. Gli ho detto “papà, ho vinto una borsa di studio per la scuola di cinema” e lui era talmente infastidito che non ha neanche spostato gli occhi dallo schermo. Un po’ come se gli avessi detto che volevo entrare in una band di Goth Metal e farmi piercing ovunque.

    Adesso la situazione è molto cambiata e casa dei miei genitori è una specie di tempio dedicato a tutto quello che ho fatto. È quasi imbarazzante: hanno messo tutto in cornice e, quando Newsweek mi ha messo in copertina mio padre ne ha acquistato tutte le copie. Ormai usa la carta di credito anche per comprare un pacchetto di gomme così, quando mostra il documento  al commesso, questo in genere gli chiede “è per caso parente del famoso regista?”.

    È vero che questo tuo sogno di diventare un regista è nato quando avevi appena otto anni?

    Sì, ero uno di quei ragazzini che ha sempre avuto questa vocazione, solo non pensavo che si potesse campare facendo cinema. Più che altro mi piaceva realizzare dei piccoli film amatoriali. Poi un giorno mi capitò di leggere un libro di Spike Lee e ho capito che  quella poteva diventare una carriera. C’è anche da dire che sono cresciuto nell’epoca ideale. Quando avevo sette anni è uscito Star Wars – il vero Star Wars – e credo che quella sia la droga più forte con cui un ragazzo con la passione per il cinema possa entrare a contatto. Erano i giorni di Lucas, Spielberg e Woody Allen, in cui si andava in queste grandi sale e si viveva il cinema come fosse un sogno.

    Ti racconto una storia. Anni fa mi è capitato di tenere una lezione in una scuola molto povera dove, una volta entrato in classe, mi sono reso conto che una buona parte degli studenti non aveva neanche idea di chi fossi. Anzi, ce n’erano un paio che mi guardavano in modo anche un po’ provocatorio. Allora ci ho pensato e ho esordito dicendo “ragazzi, sapete perché sono lo sceneggiatore più pagato di Hollywood?”. In quel modo sapevo di aver attirato la loro attenzione. Un ragazzo alza la mano e mi chiede “forse perché hai talento?”. Gli ho risposto “forse sì, ma ci sono persone che hanno molto più talento di me”. Un altro mi chiede “fortuna?”. “Sì, certo, sono stato molto fortunato, ma questo non spiega il successo”. Quindi ho spiegato a quei ragazzi che forse il mio successo dipendeva dal fatto che sono più me stesso di quanto riescano ad essere gli altri. Perché nei miei film infilo tutte  le mie paure, la mia fede e i miei desideri. L’importante secondo me è mettere chi sei davvero in tutto quello che fai, con molta onestà.

    Split è un film che spaventa più o meno allo stesso modo in cui diverte. Come riesci a bilanciare queste due reazioni apparentemente antitetiche?

    Una delle cose che mi ha ispirato di più in questo senso è lo humour presente nei film di David Lynch. L’idea di costruire situazioni che facciano anche ridere ma che, a un livello più profondo, rappresentino un immaginario inquietante. Se ci pensi ridere o trattenere il respiro per la paura sono i modi attraverso i quali un regista entra in contatto con gli spettatori e consente a ognuno di loro di uscire dal suo piccolo mondo di sicurezze.Quando ero ragazzo c’erano grandi registi come Spielberg o Lucas che rappresentavano la scuola, una sorta di strada maestra.

    Poi, con il passare degli anni, registi come Lynch – o anche Christopher Nolan – hanno iniziato a mostrare le storie da una prospettiva completamente diversa che mi sembra più adeguata a raccontare il nostro momento storico. In pratica da un lato ci sono i grandi eroi e dall’altro antieroi come Jack Sparrow o Tony Stark.

    Ecco, io cerco un equilibrio tra questi due mondi. Ricordo che anni fa ero a una cerimonia dei Golden Globe e qualcuno mi chiese se non vivessi male il fatto che il pubblico ridesse durante alcune scene di Unbreakable. Viverlo male? Ma è proprio il tipo di reazione che cercavo!

    Split ti conferma come un grande regista di attori. Dovendo coprire una gamma di personaggi diversi recitati tutti dallo stesso attore, come hai organizzato le riprese?

    Ovviamente con James McAvoy abbiamo fatto moltissime prove, prima via Skype (quando lui era a Londra) e poi di persona. Lui è un tale camaleonte che non ha avuto grosse difficoltà ad entrare in ognuno dei personaggi, che si tratti di uno stilista gay  – o di un’altra delle sue personalità che cerca invece di imitare questo stilista gay – un bambino di nove anni o una donna. Per agevolarlo in questo lavoro abbiamo deciso di girare un solo personaggio al giorno, tranne i rari momenti del film in cui James si trova a recitarne diversi contemporaneamente.

    Non hai mai paura che un tuo film sia recepito dal pubblico in maniera diversa da come lo hai immaginato?

    Secondo me i registi si dividono in due categorie: i raccoglitori e i cacciatori. Il primo prende degli stimoli tra ciò che trova in giro o che gli succede intorno e ci fa un film. Il cacciatore invece sa perfettamente quello che vuole, attende la preda poi prende la mira e spara.Se sei un raccoglitore o un cacciatore lo si capisce solo vedendo il film.

    Kubrick ad esempio era un cacciatore e quando vedi un suo film capisci che ha eliminato dal proprio orizzonte qualsiasi elemento che non rientrasse nel suo obiettivo. Ovvio che il cacciatore sia anche molto tormentato perché, pur sapendo perfettamente ciò che vuole, non ha la certezza di riuscire ad ottenerlo mentre il raccoglitore può attingere da tante suggestioni diverse e sa che, in qualche modo, ne verrà fuori qualcosa.

    Fabio Giusti


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