Le ombre di Rocco Schiavone e qualche luce di Massimo Viviani

Rocco Schiavone

    Nel 2016 questa rubrica ha iniziato l’anno parlando del personaggio di Wallander e della serie trasmessa allora in tv: Wallander con le sue ombre, fatte di solitudine ed inquietudine, che contrastano con i paesaggi sereni del Nord Europa dove vive, indaga sugli omicidi e sul male nascosti dietro tanta tranquillità. Ora, che l’anno sta quasi per finire, la televisione ci ha  proposto un altro personaggio, tutto italiano, ma anche lui cupo e avvolto nelle nebbie del passato e del  presente. E’ Rocco Schiavone, interpretato da un sofferto Marco Giallini, eroe o antieroe (è il caso di distinguere?) dei racconti di Antonio Manzini. Pessimo carattere ma ottime intuizioni, cinismo a fiumi, fragilità di fondo ben mascherata da un volto che sa apparire sempre contrariato.

    Insulta con facilità  i sottoposti, ma piacciono le persone brusche ai limiti della maleducazione. Certo l’equipe che gli hanno affibbiato non è delle migliori, molto diversa da quella napoletana che, come Andrea Lopez,  ha diretto nel 2009 e 2010, ne La nuova Squadra. E siccome era il capo che tutti vorremmo avere, bello, giusto e non del tutto nevrotico, ce lo hanno ucciso alla fine della terza serie.

    Qui nel ruolo del vicequestore Rocco Schiavone (guai chiamarlo commissario!) si trova spaesato ad Aosta, un luogo molto lontano dal suo (Roma) e al quale non vuole adattarsi. Con il loden e le scarpe da città, attraversa paesaggi innevati, ma non si rassegna ad indossare giacche a vento, né tanto meno stivali per il grande freddo. Perché il grande freddo Rocco se lo porta dentro: una solitudine che le belle donne da lui conquistate non riescono a lenire. L’amore della sua vita, Marina (Isabella Ragonese, in tutta la dolcezza di cui è capace), è la moglie morta nell’attentato al quale lui è sopravvissuto. Gli appare ogni sera quando torna a casa, e guarda la desolazione del  frigo vuoto o tutt’al più con qualche cibo rinsecchito, come i cadaveri sul tavolo dell’amico patologo, mostrati senza risparmio di dettagli macabri.  E che appartamento, il suo! Ammobiliato in maniera squallida e provvisoria, perché lui le radici ad Aosta proprio non vuole metterle.

    Marina lo conosce nelle piccole sfumature, lo capisce, lo prende bonariamente in giro, ripete gesti della loro vita in comune, come quello di prendergli la sigaretta dalle mani per un tiro, e nello stesso tempo gli chiede di lasciarla andare, di ricominciare senza di lei. Ma a nessun altro potrebbe affidare lo sfinimento che segue la soluzione dei casi, quando, toccando il male da vicino, Rocco si trova a contatto con il fondo del suo dolore personale e del dolore di tutti. Sarà un caso che sia stato scelto Giallini per questo ruolo, proprio lui che ha vissuto il dolore della vedovanza nella sua vita privata? Quando dice a Marina “È la perdita che fa male, non l’assenza” si può pensare che Giallini proietti una perdita intima tutta sua, che ha sperimentato molto da vicino.

    “E’ come se fossi io l’assassino”, dice a Marina, nient’affatto risollevato; “non si può toccare l’orrore senza farne parte”; il suo autore aggiunge che “scendere nel pozzo orribile dell’animo umano,  lo sporca, perché va a toccare dei nervi scoperti”.

    E così Rocco Schiavone, contaminato da tutto il male che ha vissuto finora,  inizia la giornata con uno spinello in ufficio, “la sua preghiera laica del mattino” (che ha fatto tanto arrabbiare la triade Giovanardi, Gasparri, Quagliariello) e se viene interrotto con la notizia di un omicidio non esita a definirlo “una grande rottura di coglioni”. Ma poi si dedica interamente alle indagini, non tralasciando di passare qualche notte nei letti delle bellissime donne che si innamorano di lui. Lui no. E non le tratta neanche un granché bene; nella difesa del suo disimpegno a tutti i costi, usa una sincerità disarmante, offensiva; poi trova il modo di sgattaiolare via, senza eleganza alcuna.

    L’unico sollievo affettivo lo vive quando incontra i suoi amici romani, decisamente poco raffinati e come lui politicamente scorretti. Tra di loro troviamo anche Mirko Frezza, interprete e soggetto del film che sta uscendo ora nelle sale, Il più grande sogno.  E’ il racconto sincero della sua vita di ex galeotto,  riscattato grazie all’impegno nel quartiere che lo ha voluto come presidente del comitato, e alla cura dell’orto insieme al suo amico di sempre. Bel film, bella storia sul passaggio dalla devianza alla normalità, su come la normalità possa apparire straordinaria quando la si è voluta negare per troppo tempo. Ma diciamo che Mirko Frezza non è proprio l’amico che un vicequestore dovrebbe avere!

    Come Montalbano, come Wallander, Rocco Schiavone non porta la pistola, non ama il potere delle armi, del ruolo, e sembra accettare il suo lavoro con parecchie riserve. Pare ci sia arrivato quasi per caso (i suoi migliori amici ladri e lui poliziotto),  per poi svolgerlo al meglio, con naturalezza, tra una rottura di coglioni ed un’altra. Per questo ha stilato una graduatoria di dieci livelli, dalla più tollerabile a quella fastidiosissima, che comprende i tabaccai chiusi (Schiavone fuma fuma fuma!) e i centri commerciali: al decimo posto, quello più grave, l’”omicidio sul groppone”.

    Però, pur  nell’anarchia di fondo, ha i suoi principi, che non sono gli stessi dei nostri politici pronti a scandalizzarsi. Nonostante la rigidità del carattere, sa ascoltare e comunicare con poche parole, ma quelle giuste, sincere, con le persone altrettanto sincere. A volte chiude i casi a modo suo e non secondo la legge, un po’ come Montalbano, nella saggezza di distinguere il bene dal male, non quelli assoluti, ma come realtà calate nella vita di ciascuno. Forse non ce l’aspettiamo e forse per questo l’apprezziamo ancora di più.

    Nelle stesse settimane, quasi a rischiarare le tenebre di Rocco Schiavone, la tv ci sta offrendo un altro personaggio che si trova a fronteggiare casi intricati di omicidi, ma decisamente meno efferati. E’ Massimo Viviani (Filippo Timi), protagonista de I delitti del BarLume tratto dai romanzi di Marco Malvaldi ora in onda su TV8. Sono racconti divertenti e divertiti, quasi una parodia,  intelligente, di commissari, ispettori e vicequestori tanto di moda oggi, tutti un po’ lugubri, diciamolo. Che dire di Ricciardi, la creatura di Maurizio De Giovanni, che sente addirittura i pensieri dei morti nell’attimo in cui  lasciano la vita?

    Quello di Malvaldi è spinto a indagare da un quartetto strampalato di anziani (bravissimo tra loro Alessandro Benvenuti), clienti del bar che lui gestisce a Pineta, paese immaginario della costa toscana. La luce che si posa sul mare, che si riflette sulle vetrate del suo locale e l’umorismo tutto toscano dei personaggi, la loro parlata, ci mettono facilmente di buonumore.

    Massimo non è un poliziotto, ma ha studi di matematica alle spalle e abilità logiche fuori dal comune, che lo aiutano nella soluzioni degli omicidi, dopo aver raccolto le curiosità dei  vecchietti, suoi amici, e qualche loro  indizio, a volte utile, altre del tutto azzardato.

    E poi è simpatico; ha quel non so che di stazzonato come i protagonisti dei gialli di cui si diceva, con la barba trascurata e gli abiti sgualciti, sempre gli stessi; è solo, divorziato, ma non ha il carattere ombroso di Schiavone, Wallander, a tratti di Montalbano. E’ in realtà un tenero che conosce tutto il paese ed è conosciuto da tutti; la sua irruenza sembra più costruita, che reale,  una posa contraddetta dall’espressione benevola del viso. E anche quando si rifiuta di fare un cappuccino dopo le tre del pomeriggio o un caffè perché fa troppo caldo, non è che la gente si intimorisca molto dall’altra parte del banco!

    Insomma, di mercoledì sera ci intristiamo (ma quanto partecipiamo!) vedendo Rocco Schiavone, e il venerdì sera ci si diverte un po’ (con un’adesione più lieve, ma ben venga!) davanti alle storie di Massimo Viviani. Ma le puntate di Schiavone finiscono questa settimana, e anche quelle del BarLume tra non molto. Peccato!

    Margherita Fratantonio


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