34 Torino Film Festival: Les derniers parisiens di Mohamed «Hamé» Bourokba ed Ekoué Labitey (Torino 34 – Concorso)

Les derniers parisiens
  • Anno: 2016
  • Durata: 106'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Mohamed Bourokba, Ekoué Labitey

Nasser (Reda Kateb) è appena uscito di prigione dopo una condanna a due anni per droga. Ha da scontare sei messi sotto tutela ed è assunto nel bar Le Prestige a Pigalle dal fratello Arezki (Slimane Dazi). Magrebini di seconda generazione, orfani dei genitori, i rapporti tra i due fratelli sono sempre tesi per vecchi rancori e dissidi. Arezki, il maggiore dei due, è dovuto crescere in fretta e lavorare duro, lasciando il fratello alle cure della zia. Nasser cresciuto nella banlieue dei ghetti razziali, con lo spaccio di stupefacenti ha aiutato il fratello proprio ad acquistare Le Prestige.

La coppia di registi Mohamed «Hamé» Bourokba ed Ekoué Labitey, al loro primo lungometraggio, sono i fondatori del gruppo rap La rumeur, molto apprezzati nell’ambiente hip hop transalpino, e questo bagaglio musicale influenza molto anche il loro modo di girare. Les derniers parisiens ha un ritmo di un rap, con una colonna sonora molto bella ed efficace, che permea l’immagine e non solo accompagna la narrazione, ma sorregge il montaggio delle sequenze, entrando a comporre l’intreccio visivo e sonoro che diventano inscindibili. Il medesimo utilizzo della macchina da presa è regolato da un ritmo interno con sequenze di pedinamento di Nasser nella sua quotidianità; interni, con primi piani dei personaggi nei locali pieni di musica, gente e rumori; oppure un continuo movimento sull’asse orizzontale della macchina da presa che inquadra in primo piano i personaggi (che sia Nasser con i suoi amici, oppure con il fratello o con altri), evitando compiutamente un campo controcampo e un dècoupage classico, ma continuando a trasferire il ritmo musicale nello stile della messa in scena e della messa in quadro.

Bourokba e Labitey in Les derniers parisiens raccontano il mondo degli immigrati, di quella nazione francese composta da cittadini delle ex colonie africane, che cercano di sopravvivere con piccoli espedienti. La rappresentazione di un mondo che non è marginale, ma appare sempre più la porzione di popolazione più ampia all’interno di un paese che deve fare i conti con l’integrazione multiculturale e i flussi migratori.

Il film è anche la storia di due fratelli: dalla tensione personale, che si mantiene in tutta la gran parte del film, e sfocia nell’aggressione di Arezki al fratello per arrivare alla fine a una riconciliazione tra i due. Arezki realizza il sogno di lasciare Parigi (di cui si è stancato) con la fidanzata più giovane, Margot, per trasferirsi in provincia, aprire un ristorante e mettere su famiglia. Nasser vorrebbe invece riscattarsi dalla vita precedente e dopo l’incidente con il fratello riesce a ottenere la proprietà completa del locale con l’idea di sviluppare gli affari trasformandolo in un club in cui organizzare eventi e feste. Si appoggia a un uomo di affari senegalese che lo costringe a rispettare la legge, legalizzando la gestione e i rapporti con i fornitori, per poi truffarlo ed espropriarlo del locale.

Se Azteki ha un miglioramento del proprio status personale, che, in un movimento emotivo lineare e progressivo, parte da una situazione di crisi, arriva a un punto di rottura per poi evolversi in un stadio nuovo della propria vita, la vicenda umana di Nasser invece è circolare e chiusa su se stessa: inizia con il gruppo di amici nel locale del fratello a bere e scherzare, finisce in un angolo di strada con gli stessi amici e nello stesso modo. In mezzo il tentativo da parte del personaggio di emanciparsi dalla vita senza scopo che conduceva per ricercare un sogno di ricchezza e affermazione personale che, ironicamente, come afferma lo stesso personaggio, è infranto proprio nel momento in cui decide di seguire le regole. L’unica cosa che resta alla fine è la solidarietà e la speranza di ricominciare di nuovo.

Antonio Pettierre



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