
Odissea moderna: prototipo per eccellenza, l’uomo globalizzato. Elmo e corazza: un trolley e la migliore tecnologia. Territorio: l’alto dei cieli. Jason Reitman torna nelle sale con il suo terzo film e una domanda, «La più grande di tutte», come lui stesso la definisce. Up in the air è Ryan Bingham (alias George Clooney), un “tagliatore di teste aziendale”, essere umano contemporaneo perfettamente in linea con i canoni disumanizzanti e progrediti del terzo millennio.
Apparentemente inattaccabile: cavaliere affascinante e indipendente, solido individualista e consapevole delle regole del gioco, osserva dagli aerei che lo trasportano dentro l’America, la vita che scorre, imbevendosene il tempo necessario a svolgere la sua missione e a non contaminarsi. Nell’aria svaniscono le certezze delle vittime della crisi economica che Ryan ha il compito di licenziare nel modo meno traumatizzante: volti, parole, gesti di sacrificati, traghettati nel limbo di un futuro oscuro attraverso utopistici sogni di rinascita in una vita nuova. “Non siamo cigni, ma squali” sentenzia Ryan con sicumera in una delle riunioni che conduce in veste di consulente. Il primo squalo di Ryan, suo alter ego femminile, è Alex, viaggiatrice d’affari incrociata in un albergo di sosta. Sex appeal, acutezza, intraprendenza e libertà. Il secondo è Natalie, giovane prodotto del sistema che contiene Ryan, fautrice dei licenziamenti virtuali in nome del dio economicità.
Da ambo i lati (emozionale e materiale) il nostro cavaliere vedrà minacciata la sua stabilità, insinuandosi sempre più evidente la verità: pur avendo tutto, non ha nulla attorno a sé. È completamente solo. Figlio d’arte (papà Ivan è anche il suo produttore), precoce filmaker (è stato il più giovane regista a presentare un cortometraggio al Sundance, (1988) Operation), Jason Reitman batte strade strette che hanno al centro l’essere umano e le contraddizioni nelle quali la società lo costringe a barcamenarsi, alla ricerca di un equilibrio, della propria identità, al di là di convenzioni, luoghi comuni, pseudo alternativismi… Dalle prospettive più ‘universali’ di Thank you for smoking (2005), messa in ridicolo delle incoerenze della società americana specchiata nella lobby del tabacco e nel suo portavoce (un brillante Aaron Eckhart), al rapporto tra adolescenza, sessualità e concepimento di Juno (vincitore del Festival del Cinema di Roma 2008), ragazzina che porta in giro la sua gravidanza con naturalezza e sfida, Reitman sceglie la prospettiva soft della commedia e di antieroi scomodi, fastidiosi, a volte troppo ‘eccelsi’ per atteggiamenti e considerazioni da risultare poco realistici (e perciò poco credibili).
Nella sua ultima pellicola assistiamo, invece, a un ridimensionamento: Clooney impersona egregiamente un uomo credibile nel modo di essere e nelle sicurezze acquisite, che a un certo punto della propria vita è costretto a fermarsi e a riconsiderare i suoi valori di riferimento. Pur mettendoci di fronte il suo personale punto di vista, il regista riesce a mantenere il bilico della scelta, lasciando al nostro sentire la risposta alla fatidica domanda: l’esistenza va divisa con qualcuno o è meglio viverla solo con se stessi? Non siamo in presenza del “realismo” di Scorsese, ma nemmeno dinnanzi al più retorico dei cineasti americani. Per fortuna.
Maria Cera











