KAMIKAZEN (ULTIMA NOTTE A MILANO). Il motto del craxismo-berlusconismo:”sembrare non essere”

«Nel Maggio 1987 10.000 giovani di tutta Italia, per la maggior parte disoccupati o con lavori precari, si presentano ai provini di un grande network televisivo con la speranza di entrare nel magico mondo dello spettacolo. Solo pochissimi vengono scelti. Gli altri ritornano alla solita vita in attesa di un’altra occasione..»

Così inizia il secondo lavoro registico (il primo Sogno di una notte di mezza estate del 1983) di Gabriele Salvatores. Così inizia la videocrazia in cui siamo immersi.

In realtà il fenomeno ha radici storiche ben più profonde e lontane nel tempo. Impossibile individuarne l’origine esatta. Ma quel che è certo è che gli anni ’80 sono stati gli anni in cui il potere mediatico, il motto “sembrare non essere”, ha segnato in modo irreversibile il nostro paese e il mondo Occidentale nel suo complesso. Una melassa di cui non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni dato che la viviamo sulla nostra pelle, nelle nostre cornee tutti i santi giorni, mattina e sera, tardo pomeriggio fino a notte fonda.

Come spesso accade la storia e i personaggi non sono del tutto inediti. Un manager di terza categoria perde alle corse. Per farsi rimborsare fa credere ai suoi scalcinati comici di partecipare a una serata dove in sala sarà presente un talent scout di Drive In. Li convince di aver smosso mari e monti per trovare quest’unica occasione anticipando una grossa somma; somma che gli deve essere restituita. Pagare per lavorare può sembrare assurdo (oggi più che mai) ma di fronte alla prospettiva allettante nessuno si tira indietro. Tutti pagano. L’avventura può cominciare. La notte sarà lunghissima. Ognuno alle prese con le proprie ansie e fobie, angosce e viaggi esistenziali. Chi combatte con la moglie e chi desidera tornare da quel sud diseredato da cui era partito anni prima. Chi sogna il successo e chi si innamora. Chi si perderà e si ritroverà in attesa della fatidica salita sul palcoscenico. Solo due di loro saranno presi. Gli altri scompariranno nell’oblio da dove sono venuti, senza però prima aver dimostrato ciò che sanno fare, sfidando o inginocchiandosi al Dio “pubblico”. Impossibile dire chi ha vinto e chi ha perso. Forse chi ha perso ha vinto e chi ha vinto ha perso. La storia giudicherà. E dopo 25 anni possiamo fare un piccolo bilancio.

Il sorprendente spunto creativo di Salvatores può apparire ad una prima lettura alquanto stralunato, ingenuo, carico di umori e stravaganze adolescenziali, evanescente, non riuscendo a dare concretezza ad un coté tutto sommato sofisticato ed intrigante. In estrema sintesi: il pensiero non è all’altezza della messa in scena complessiva.

A mio avviso, invece, al di là di alcune ingenuità e di rischi sperimentali (soprattutto linguistici e di regia), risulta essere un lavoro straordinario, di notevole profondità psicologica, capace di tirar fuori dalla pletora di emozioni che traboccano dai personaggi “fumettistici”, dai loro umori triviali da cabarettisti di periferia (il riferimento al mitico Derby è evidente, basta osservare che i dialoghi sono scritti da Gino e Michele e che il protagonista è il surreale Paolo Rossi), il lato oscuro che le caratterizza, quell’invivibile che diventa vivibile, che le rende affascinanti, attraverso cui è possibile immedesimarsi in esse, assaporarle in prima persona senza paura. E tutto ciò senza che essi se ne rendano conto né possano opporre rimedio.

In effetti il loro “destino” è il vero protagonista. Per tutto il film si respira quest’aria agrodolce nella quale i soggetti narrati non riescono mai a determinare una scelta autonoma, un gesto, uno scisma, una ribellione degna di questo nome. Tutto avviene perché non può non avvenire. L’atmosfera fumosa di una Milano decadente, di “confine”, tra rovine post moderne e deliri post atomici, stretta in un’afa che invade tutto, che vaporizza tutto, sogni, speranze, illusioni, passioni, desideri, che fa il verso al Jim Jarmusch “underground” di Daunbailò (uscito l’anno prima), cristallizza la fluidità della vita in un ineluttabile dato di fatto, in una fatalità da cui non si può sfuggire.

imagesDel resto il cinico realismo (morte dell’utopia), connesso alla ricerca spasmodica di una qualsiasi forma di visibilità che faccia uscire dall’anonimato, è stato l’essenza di tutto l’edonismo reganiano di quegli anni, di quella Milano “da bere” di cui il craxismo e successivamente il berlusconismo (con alterne vicende) sono stati i veri ed unici protagonisti, issando sul pennone più alto il trittico tutto italiano del “calcio-donnine provocanti-risate”. Un trittico attraverso cui Berlusconi è riuscito a superare come popolarità e charme politico persino il suo maestro Bettino.

In quegli anni si è cementata la dialettica tra avanspettacolo e società, arrivando persino a invertire i ruoli. La politica, fino a poco prima grigia e seriosa, sempre più mimesi comica di una realtà sempre più grottesca e virtuale (il reale tendeva ad evaporare lasciando il posto al “sogno” di successo e di benessere edonistico a tutti i costi), e il comico assumeva compiti inediti di critica e di “direzione” politico-culturale del paese. Il fatto che Grillo sia diventato quello che è oggi non è casuale, e la politica ha le sue brave responsabilità che vanno ben oltre la riduzione del numero dei parlamenti e delle spese improduttive della casta burocratica e della pubblica amministrazione. Ha la responsabilità di non aver saputo né potuto indicare una prospettiva, una exit strategy, un’utopia concreta per uscire dalla melma, attenta solo ad amministrare l’esistente, le influenze e le clientele elettorali da accontentare, facendo gli interessi di “tutti” senza scontentare nessuno, coniugando – se è possibile – gli interessi dell’imprenditore con quegli dell’operaio, del banchiere con quelli dell’impiegato . Un “stiamo tutti sulla stessa barca” che non ha di certo aiutato.

Un’osmosi difficile da giudicare in cui i tradizionali ruoli svaniscono, e nel caos soporifero, e allo stesso tempo eccitante, in cui i personaggi del film sono immersi emerge la sottile ma affilata tragicità che sottende ogni “illusorio” boom economico (in quegli anni si parlò di secondo miracolo economico). Tutti possono aspirare al benessere ma il benessere non è per tutti. Come diceva Andy Warhol. «Tutti avranno i loro 15 minuti di celebrità». Ma non tutti ce la possono fare. Allora si scatena la gara di tutti contro tutti, una guerra tra poveri per partecipare al banchetto. La frustrazione è proprio questa. Non di stare male ma di non poterne uscire con i mezzi “giusti”, entrando nel giro che conta, dimostrando a tutti (tutti chi?) di essere “arrivato”, di avercela fatta, di essere riconosciuto per la strada, di dover fare autografi, farsi fotografare, ecc.

L’importante è apparire non essere. La farsesca e per certi aspetti drammatica corte dei miracoli dei reality show (che oggi stanno scemando come fenomeno sociale verso i talent musicali di impronta anglosassone) che per tanti anni hanno imperversato sulle nostre televisioni, imponendo senza pietà modelli psicologici e di comportamento aberranti (di cui è difficile oggi calcolare gli effetti sociali sul lungo periodo), è solo l’estremizzazione, la radicalizzazione di quel che accadde in quel lontano giorno di Maggio del 1987. Ahimè, come spesso accade nella storia, chi riuscì a cogliere prima degli altri ciò che stava accadendo, la trasformazione antropologica in atto (di cui parlava già Pasolini e che la sinistra non ha mai avuto il coraggio di affrontare, trovandosi oggi immersa in una crisi d’identità senza soluzione), riuscì – parafrasando Gramsci – ad imporre la propria egemonia. Chi viceversa non capì, o non volle capire, è stato spazzato via dalla storia senza speranza concreta di ritornarci. Il trittico “calcio-donne-risate”, tipico dell’avanspettacolo italico e della commedia all’italiana, ha vinto. Il bagaglino è sceso dal palco del Salone Margherita e si è fatto sistema di potere, relazioni sociali, costellazione economica, persino “cultura”, valori condivisi. Un sistema sempre più ossessionato dall’immagine estetica, dalla fisiognomica, dal look che dalle reali condizioni del paese. A che serve la politica? A che servono i partiti? Politica liquida, stato liquido, libera gestione del mercato. Libero sfogo al gioco finanziario. Fine del ruolo della produzione nella creazione della ricchezza: è dal denaro (tramite la speculazione) che si genera denaro. Ma attenzione. Non per tutti, per i soliti noti. Dopo quasi trent’anni di commedia oggi nelle strade e nelle piazze irrompe il dramma; un dramma reale non più rinviabile, non più imbellettabile, non più plastificabile. Matteo Garrone con Reality e Sorrentino con La grande bellezza possono aiutarci a rafforzare questa nostra analisi.

I comici sgangherati, forse ancora romantici nella loro calata anarchica, che tentavano invano di far ridere, dopo 25 anni fanno piangere. Chi si ribella e tenta di mantenere una qualsiasi forma di indipendenza e di fantasia viene fatto fuori. Non c’è posto per lui. Lo “sgurp”, quel tocco magico, fiabesco che permette le cose più impossibili non ha più cittadinanza. Il velo di Maya è caduto. Su questo Grillo ha ragione: restano solo le macerie come nel dopoguerra, dentro e fuori di noi. Solo che non si vedono.

Claudio Vettraino

Utlima modifica: 2 maggio, 2013



Condividi