L’ultimo pastore. Un ritratto poetico e fiabesco dell’ultimo dei sognatori

In un Paese come il nostro, dove si producono a getto continuo commedie scadenti che più che far ridere infondono una gran tristezza, si trovano ancora piccoli film che diventano dei veri e propri casi cinematografici ancor prima di uscire in sala grazie ai consensi di pubblico e critica ottenuti nelle partecipazioni ai vari festival internazionali. L’ultimo pastore, esordio nel lungometraggio di Marco Bonfanti, ne è un fulgido esempio. Dopo il passaggio a Tokyo, Torino e Dubai il film si prepara infatti a volare negli Stati Uniti per partecipare allo Slamdance, sezione parallela del Sundance Film Festival di Robert Redford dedicata alle opere prime d’autore.

Impossibile etichettare o catalogare un’opera come L’ultimo pastore, una sorta di documentario dai toni fiabeschi e stralunati incentrato sulla figura di Renato Zucchelli, uno degli ultimi pastori italiani dediti all’antico mestiere della transumanza. Diviso tra il suo rifugio di montagna accanto ai pascoli e alla sue amate pecore e la casa nella provincia milanese dove lo attendono la moglie e i quattro figli, Renato si dedica a questo difficile lavoro in via d’estinzione con grande passione e profonda vocazione. Con la sua mole paciosa, un sorriso buono ed un’irresistibile e fanciullesca gioia negli occhi, si occupa del gregge in compagnia del suo cane, il fidato Moru, e dello strampalato amico, il burbero Piero sempre intento a inveire contro Bubu, il suo cane immaginario. Il progresso inarrestabile e l’esasperata cementificazione di una metropoli come Milano rappresentano ostacoli quasi insormontabili ma Renato, munito di un contagioso buonumore, non si lascia scoraggiare tanto facilmente. Il suo desiderio più grande è di incontrare i bambini di città, ignari ormai di che cosa sia e cosa faccia un pastore, e di portare nel centro storico milanese il proprio gregge per regalare un’emozione unica e irripetibile ai più piccoli e a tutti coloro ancora in grado di sognare ad occhi aperti.

Il giovane e talentuoso regista segue e filma con amore il suo protagonista, condividendone la speranza e la felicità che, nonostante le tante difficoltà, irrompe nel magico e surreale finale accompagnato dalle intense e toccanti note di Pastore di nuvole, canzone scritta ed eseguita da Luigi Grechi, fratello maggiore di Francesco De Gregori. Magnifica la colonna sonora firmata da Danilo Caposeno, un ideale tappeto musicale per le atmosfere fiabesche suscitate dal film.

Bonfanti s’interroga e ci fa riflettere sui limiti del progresso, spesso inteso come una scorciatoia verso l’agognata felicità che invece, a conti fatti, deriva da ben altri e più profondi valori che la società moderna sembra aver smarrito inesorabilmente. L’ultimo pastore è un’opera volutamente e coraggiosamente anacronistica, come il suo protagonista dallo sguardo puro e incontaminato come quello dei bambini, una piccola produzione indipendente che meriterebbe ben più di tante altre di uscire in sala e d’esser vista dal maggior numero di persone possibile per il suo raro e prezioso sguardo poetico verso un mondo che va scomparendo a causa della nostra incapacità di salvaguardare le nostre tradizioni.

Scorrendo i titoli di coda m’imbatto nei ringraziamenti del regista che cita, fra gli altri, il nome di Werner Herzog. Se è vero che ognuno di noi ha un sogno nella vita, mi piace pensare che quello di Marco Bonfanti sia quello di seguire un suo percorso artistico ispirato, seppur con i dovuti distinguo, alla poetica herzoghiana. Glielo auguro di cuore anche perché il cinema italiano ha un disperato bisogno di nuovi autori di talento per potersi rinnovare e rafforzare senza cedere il passo alle trascurabili mode del momento.

Boris Schumacher

Utlima modifica: 5 Gennaio, 2013



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