Sebastian Maulucci: “Qualsiasi luogo d’origine è probabilmente una gabbia”

Giovanni Berardi e Sebastian Maulucci

Salutiamo un nuovo autore: Sebastian Maulucci, ora che il suo lungometraggio di esordio, La terra e il vento, è nella fase di ultimazione e sarà pronto per essere visto in sala all’inizio del prossimo anno. Al bar Poeta di Latina, seduti davanti ad una tazzina di caffè, in una tarda mattinata di un agosto semplicemente assolato, nasce come di incanto una rievocazione, proprio come un primo approccio all’intervista: è la sera della prima proiezione di Sottosuolo, un mediometraggio con i caratteri del documentario, realizzato nel 2009 dal giovane regista pontino Sebastian Maulucci; la sala del teatro Cafaro a Latina è gremitissima e scrosciante di applausi precisi e continui. Pensiamo anche, ma non glielo diciamo, che non sarà stato facile per lui affrontare quella emozione – in tutta quella attenzione veramente decisa del pubblico lo smarrimento poteva padroneggiare – eppure Sebastian ha affrontato il gioioso evento con estrema umiltà, e si è sottoposto dopo, anche con autorevolezza ricordiamo, e determinazione, al fuoco di fila delle domande della giornalista conduttrice Raffaella Cesaroni.

Sottosuolo, il film, è un autentico valzer di artisti pontini che sfilano, come in una danza appunto, sotto la lente di ingrandimento del giovane filmaker.  Alcuni di questi artisti sono già famosi in città, altri un po’ meno, alcuni sono già affermati anche in campo nazionale, altri sono sconosciuti persino al pubblico locale, alcuni  resistono e vivono Latina confrontandosi con la sua cultura, anzi mettendo proprio l’egemonia della cultura pontina al centro del loro discorso artistico, culturale e sociale, altri ancora, invece, vivono la città come un ritorno, quasi come uno schiudersi al ventre materno, anzi come una ricerca di una estrema protezione.   Sottosuolo  è, insomma, un passaggio di personaggi pontini attraverso cui filtra l’idea motrice della pellicola: quella di riuscire ad esprimere l’anima culturale, sentimentale, di un popolo, di una città. Rimane anche un film, forse necessariamente, sulla nevrosi e sulla ossessione della città di Latina come società culturale sempre in fermento. È un film, anche, sulla natura della cultura, ed anche sull’anarchia e sulla claustrofobia della provincia.

Qualsiasi luogo di origine è probabilmente una gabbia” afferma Sebastian.  Per questo forse ha anche deciso da tempo di trasferirsi altrove. E questo altrove è Roma. Dice Sebastian Maulucci: “La ragione del mio trasferimento è semplice e fin troppo ovvia, devo costruirmi professionalmente e per farlo devo e voglio vivere in una grande città che mi dà senz’altro stimoli maggiori ed offerte lavorative molto più interessanti. Poi è un mestiere, il cinema, che si è sempre fatto a Roma, storicamente, anche se oggi Roma non è più nel massimo del suo fulgore artistico e culturale. Resta comunque la piazza di riferimento e il cantiere principale del cinema.  Fare il regista e poi pensare di lavorare a Latina è un’ utopia, forse anche una pretesa un po’ ingenua. Poi si sa, le dinamiche del piccolo centro sono sempre un po’ soffocanti per uno spirito inquieto…”   Diciamo ancora:  Sottosuolo è un film davvero bello, colorato, riuscito.  Dice Sebastian Maulucci: “Sottosuolo era l’esigenza, in quel momento, di raccontare la realtà, la mia realtà, quella che conoscevo semplicemente meglio. Attraverso un racconto corale, un racconto in cui documentario e fiction potevano resistere ed anche convivere quasi naturalmente. Poi nella forma, sono tuttora convinto, Sottosuolo  ha espresso bene quello che volevo raccontare, l’universo frammentario in cui vivono persone ancora fortemente divise tra aspirazioni e disillusioni, tra quello che sono e quello che vorrebbero essere, o che avrebbero voluto essere. Ma soprattutto Sottosuolo, per me, ha significato l’inaugurazione di quella che potrei definire la mia poetica attuale, quella di raccontare la provincia italiana in tutte le sue sfumature, anche luminose e grottesche”.

Noi dobbiamo dire ancora di più. Le atmosfere suscitate a suo tempo dalla visione di Sottosuolo, con il suo ritmo e la sua struttura agitata, ci hanno fatto percorrere un tragitto che ci ha portato sino nei pressi del bellissimo  Nashville (1975) di Robert Altman, proprio nell’attimo in cui,  eliminato il segmento ed il messaggio politico strettamente americano del film (la celebrità come unico valore reale, la propaganda come unica comunicazione possibile, il mercato come unico sistema di legge), i vertici delle due pellicole sembrano toccarsi ed in qualche caso denunciare la loro estrema base nevrotica, come ad esempio il tentativo, che si riesce  ad evincere in fin dei conti, di prepararsi ad uccidere i propri stessi miti. E Sebastian Maulucci, a distanza di ben quattro anni, si badi bene, non a proposito di  Sottosuolo ma bensì del suo nuovo film, sembra confermarci il concetto. Dice Sebastian Maulucci:  “Penso a La terra e il vento come ad una commedia, il mio film ne ha sicuramente le tracce.  Ma non penso ad una commedia come quelle classiche, all’italiana,  penso, piuttosto, ad una commedia secondo gli stilemi principi di Robert Altman”.   Sebastian Maulucci ha un percorso fatto di tantissimi corti, ricordiamo tra gli altri Diritto al volo, L’ombra, Il ritorno, l’addio (con quest’ultimo titolo, tra l’altro, è stato presente alla sessantacinquesima Mostra del Cinema di Venezia), ed è autore anche di piccoli film pubblicitari di forte valenza sociale, proprio per testimoniare la sua opposizione a concetti come quelli del razzismo e dell’omofobia. Le sue esperienze si sono anche solidificate nel lavoro di aiuto regista, al contatto con autori del cinema mondiale quali  Marco Bellocchio e Paolo Sorrentino.

Continua Sebastian Maulucci: “Diritto al volo e L’ombra  a guardarli bene, anche se certamente sono molto diversi tra loro anche a livello di scelte estetiche, hanno molti punti di contatto. Ma restano due film di genere diverso, uno potrei dire è un sentimental-fantastico, l’altro un horror-noir, ma entrambi contengono lo stesso tipo di approccio cinematografico.  In Diritto al volo raccontavo un universo umano attraverso un gruppo di personaggi che rappresentavano le varie età della vita, e questo in una forma di poesia visiva, ovvero solamente con immagini e musica. L’ombra, invece, è nato dall’incontro con un progetto, quello di Francesco Gigliotti, regista della compagnia teatrale pontina Opera Prima, nel momento in cui loro erano sul punto di mettere in scena una performance tratta dalla novella di Von Chamisso, Storia meravigliosa di Peter Schlemihl.  Gigliotti mi chiese di fare un esperimento nel quale fare incontrare il cinema con il teatro.  Io, che amavo molto la letteratura gotica ed il cinema dell’espressionismo tedesco, ho pensato che l’unico modo per fare un film tratto da una performance di teatro d’arte fosse il film essenzialmente muto. Ricordo quella esperienza come decisiva e bellissima, mi ha dato l’opportunità di raccontare personaggi sempre in conflitto tra loro, all’interno di un universo fantastico e visionario, peraltro rafforzato dalla suggestiva cornice del castello di Sermoneta, scelto come location. Comunque posso dire che Diritto al volo e L’ombra oggi li reputo ancora come degli importanti esercizi di stile”.

Il terzo corto, quello che è vissuto anche di vita propria a Venezia, Il ritorno, l’addio, è stata la pellicola che in definitiva ha consolidato quella che resta la poetica attuale di Sebastian Maulucci, quella di raccontare assolutamente la provincia italiana, e questo in tutte le sue sfumature, estremamente luminose ed anche, in qualche caso, decisamente grottesche.  Spiega il regista: “In questo senso Il ritorno, l’addio è compagno di  Sottosuolo  nelle tematiche ed in alcuni personaggi, ma esteticamente è più simile a Diritto al volo, questo proprio per i suoi toni pastello e per il suo tono sentimentale. Anzi potrei dire che personaggi e situazioni, che erano in Diritto al volo, ne Il ritorno, l’addio sono venuti ancora più fuori, sviluppati a tutto tondo, quasi che il primo fosse un cartone preparatorio, un bassorilievo da cui è nato il secondo.”

Ma ora finalmente è arrivato il momento di La terra e il vento.  Dice Sebastian Maulucci:  “Si, questo è davvero il film, quello che potrebbe lanciarmi decisamente anche sul mercato”. La terra e il vento è pieno di interpreti giovani, “proprio al loro esordio” dice felice il regista: Lorenzo Richelmy e Chiara Martegiani   (probabilmente, e lo speriamo, sentiremo parlare molto a lungo di loro), insieme ad attori bravissimi e ben noti come sono  Lina Bernardi, Christiane Filangeri, Cosimo Cinieri, Nino Bernardini, Pietro De Silva, Enzo Provenzano. Sul titolo, anche decisamente poetico, uno stile alla Ken Loach piace pensare, Maulucci non vuole svelare granché, perché “fa parte dei misteri che la trama, nel suo percorso, andrà a slegare”.  Quello che semplicemente è dato sapere è che la storia è legata alla terra, quindi alle sue radici, ai campi, agli uliveti, all’azienda agricola di una famiglia ed al suo eterno conflitto, ad una lotta anche tra fratelli. E, soprattutto, La terra e il vento porta ancora i connotati della vita di provincia. Spiega Sebastian Maulucci:  “Continuo davvero a pensare che le storie più interessanti siano in provincia, lì è il mondo che certamente conosco bene e dove sicuramente aderisco meglio”.

Non resta ora che annotare il titolo in qualche angolo della nostra memoria per non scordarselo quando, l’anno prossimo, il film vedrà la propria vita compiersi sugli schermi del cinema italiano. Per tornare un attimo ancora a  Sottosuolo ci piace,  in ultimo, segnalare quello che per noi rimane un’intuizione, anzi una poesia d’istinto: l’apparizione commovente, triste, di Antonio Papa, la prima e l’ultima di questo sfortunato cittadino pontino, genuina e breve, come in fondo è stata la sua esistenza.  Antonio Papa, psicotico, morirà qualche mese dopo la conclusione delle riprese.

Giovanni Berardi 

 



Condividi