Michele Placido: un viaggio chiamato arte e mestiere, poesia e sudore

Michele Placido e Giovanni Berardi

Michele Placido era a Latina nella settimana del 12 marzo. Era ospite delle  “sacre” strutture teatrali pubbliche del Gabriele D’Annunzio (così è chiamato, da qualche tempo, il teatro comunale di Latina, un tempo chiamato semplicemente Grande, perchè esisteva ed esiste nello stesso stabile una ex scuola di stato, un proscenio più piccolo, che un tempo veniva chiamato semplicemente Ridotto).  Placido era lì, dunque, presso il D’Annunzio, per allestire le prove del suo nuovo spettacolo teatrale Così è  (se vi pare) tratto dall’amato Luigi Pirandello, che ha debuttato, in prima nazionale, proprio a Latina il 15 marzo 2012.  Dice Michele Placido: “Torno di continuo a Pirandello, è uno dei miei autori preferiti e i suoi testi li ho sempre in mente”. Ma il suo è stato anche un ritorno a Latina, come attore è stato uno dei primi, di fama nazionale, a calcare proprio il teatro Ridotto (oggi questo proscenio è dedicato all’attore dialettale napoletano, ma di esperienze autoctone, come Armando Cafaro), qui Placido ha portato nel 1989 sempre l’amato Pirandello ed i suoi  L’uomo dal fiore in bocca  e  La carriola, in un momento ed in una gioventù professionale fatta, sino ad allora, di tantissimo cinema, poi come regista cinematografico ha adoperato spessissimo gli scenari naturali della zona pontina per alcune sequenze dei suoi film da regista, come Romanzo criminale ad esempio, con location importanti a Latina e a San Felice Circeo.

Adesso, proprio in questi giorni di fine luglio è a Sabaudia, in una nuovissima parte di attore, per le riprese del film  Viva l’Italia, la nuova commedia firmata da Massimiliano Bruno. Poi è capitato che era a Latina anche nei giorni in cui un Alessandro Gassman  primaverile girava, proprio a ridosso del teatro D’Annunzio, il suo primo film da regista, Roman ed il suo cucciolo, e infatti aleggia nell’aria, ma è una certezza ormai assoluta, che Alessandro abbia chiesto a Michele un’amichevole partecipazione al film, e che Michele l’abbia approvata con gioia, un’“improvvisata” ed una  “rimpatriata” tra colleghi “incrociati per caso in una città”,  hanno spiegato in conferenza stampa.

Michele Placido resta uno dei pochi attori che è proprio cresciuto con il cinema italiano, superandone indenne tutte le periodiche e gravi crisi. Lo ricordiamo assolutamente ragazzo in  Teresa la ladra, 1972,  di Carlo Di Palma con Monica Vitti, in un soggetto tratto dalla scrittrice Dacia Maraini, in Romanzo popolare, 1974, di Mario Monicelli ed anche in Mio Dio, come sono caduta in basso, 1974, di Luigi Comencini (i suoi primi veri successi in celluloide), e lo ritroviamo con le tempie imbiancate in  L’odore del sangue, 2003, di Mario Martone, Arrivederci amore ciao, 2005, di Michele Soavi, Le rose del deserto, 2006, di Mario Monicelli, Oggi sposi, 2009, di Luca LuciniAmici miei – come tutto ebbe inizio, 2011, di Neri ParentiManuale d’amore 3, 2011, di Giovanni Veronesi.

Ed in mezzo c’è anche un regista che è diventato infine deciso, maturo, attento, esemplare:  Pummarò, 1990,  Le amiche del cuore, 1993,  Un eroe borghese, 1995,  Del perduto amore, 1998; come dire, una produzione tra le più impegnate e tra le migliori dei desolanti anni novanta del cinema italiano, poi proseguita ancora, con più rigore, nel decennio successivo: Un viaggio chiamato amore, 2002, Ovunque sei, 2004, Romanzo criminale, 2005, Il grande sogno, 2008, Vallanzasca – I fiori del male, 2010, Le Guetteur, 2012, realizzato in Francia, ancora inedito in Italia e che consente a Placido il ritorno più estremo, in fondo, al grande cinema di genere, alla vitalità di quel cinema, davvero genuino, spontaneo, popolare e che da qualche anno il regista sta rivisitando.

Dice Placido: “L’impegno ed il rigore per me sono inevitabili, come è inevitabile questo mio riconoscimento critico al miglior cinema di genere. Quando rispondi alle chiamate di autori rigorosi come lo sono stati  Monicelli e Comencini, come lo sono Rosi, i fratelli Taviani, Lizzani, Montaldo, Bellocchio, Amelio, Moretti, Tornatore, non puoi semplicemente restare un interprete, sei immedesimato, vivi quel mondo, quei tempi, quelle narrative, partecipi al rigore dello stile, all’entusiasmo, sono e rimangono insomma delle lezioni vere, che ti formano, ti rassodano, ti determinano”.

Le corde coerenti dove condividere lavori importanti Placido riconosce di averle percorse, comunque, soprattutto con gli sceneggiatori  Sandro Petraglia e Stefano Rulli, e questo sia nei film come attore che in quelli come regista. Placido cita per questo contesto i film  Mary per sempre di Marco Risi,  un capitolo del televisivo La Piovra di Damiano Damiani, Lamerica di Gianni Amelio, il suo stesso Pummarò. Noi pensiamo anche che non si possa non tracciare, con il succedere della carriera, un memorabile percorso d’arte, quando puoi condividere nel set filmografie eccelse come quelle degli autori che Placido ha ricordato. Sorprende, aggiungiamo, quanto sia simile la vita professionale di Michele Placido a quella di un altro grande per eccellenza del cinema italiano, Vittorio De Sica. Questa analogia, in Placido, confessiamolo, l’abbiamo sempre riconosciuta sin dal primissimo film come regista, Pummarò appunto, ma anche dai successivi, La mano nera  (prima della mafia, più della mafia), 1972, di Antonio Racioppi, Il caso Pisciotta, 1972, di Eriprando Visconti, L’Orlando furioso, 1973, di Luca Ronconi, dove la resa dei personaggi, caratterizzati alquanto dal giovane attore, proprio fisicamente, anticipavano in un crescendo, il gigionismo del personaggio di Giovanni Pizzullo, il giovane poliziotto di  Romanzo popolare, che per amore della bella Vincenzina tradirà l’amicizia; si intuiva cioè che la maschera dell’attore, anzi dell’uomo di cinema, era destinata sicuramente a crescere, e a crescere parecchio.

Ecco, c’è un Michele Placido interprete che in questa sede ci piace ancora segnalare, un Placido che è stato anche l’eroe di tanti film assolutamente popolari, anzi popolareschi (come anche Vittorio De Sica nel suo tempo, d’altronde): Mia moglie un corpo per l’amore, 1974, di Mario Imperoli, ad esempio, ed anche  Peccati in famiglia, 1975, di Bruno Gaburro. Certamente ricordati con recondito disprezzo, eppure sono stati film che inneggiavano ad un abbandono, se vogliamo, ai sensi estremi della carne, ed anche al ludibrio, al gioco, finanche alla pochezza, eppure essenziale, del quotidiano vivere, e c’era una prestazione di attore, pensiamo, vissuta da Placido come una richiesta di ilarità e di scempiaggine, certamente centrata. Ricorda ancora Placido quando, al suo secondo film,  Il caso Pisciotta,  leggendo la sceneggiatura e scoperto che c’era una scena di violenza carnale ai danni del suo personaggio, non voleva più fare il film. Per questo fu rincorso per mari e per monti. Evidentemente portava ancora dentro di sé, come ha spiegato, la determinazione di uomo del sud che, film dopo film, anche audacia dopo audacia, nella cultura  libertaria dei primi anni settanta, gli hanno fatto assolutamente perdere, trasformandolo nell’attore dalle interpretazioni più crude, più vere, più estreme.

Poi c’è Casotto, 1978, di Sergio Citti, uno dei pochi registi italiani davvero singolari del cinema italiano,  “il plebeo elegante” lo aveva definito Tullio Kezich, quando nel 1970 aveva girato il suo primo bellissimo lavoro, Ostia, un manifesto assoluto del popolo più genuino, un grande merito ed al quale Sergio Citti diceva di adeguarsi assolutamente. Ancora oggi, c’è da chiosare, Casotto esibisce un vero cast da sogno: oltre a Placido, Catherine Deneuve, Luigi Proietti, Ugo Tognazzi, Paolo Stoppa, Mariangela Melato, Carlo Croccolo, Ninetto Davoli, persino Jodie Foster, l’attrice ancora oggi racconta di “quel set italiano”  come di una esperienza fatta soprattutto di risate furibonde. Ora che Sergio Citti non c’è più, ogni occasione, anche questa dedicata a Placido, è utile e doverosa per ricordarlo.

E c’è La Orca ed il suo secondo Oedipus Orca,  splendidi noir popolareschi diretti entrambi nel 1976 da un valorosissimo Eriprando Visconti, nell’ambiente chiamato Prandino, una carriera, ricordiamolo, sempre un po’ offuscata, mutilata e complicata dal rigoroso zio Luchino Visconti. C’è ancora E tanta paura, 1976, di Paolo Cavara, Kleinhoff Hotel, 1977, di Carlo Lizzani, La ragazza dal pigiama giallo, 1977, di Flavio Mogherini, Corleone, 1978, di Pasquale Squitieri, ed il film del collettivo di sole donne, Io sono mia,  diretto nel 1977 da Sofia Scandurra.

Quella di Placido è una carriera di attore che cresce proprio a dismisura: ora è la volta degli autori, per sommi capi ne citiamo alcuni: Giuliano Montaldo con L’Agnese va a morire, 1976, Marco Bellocchio con Marcia trionfale, 1976 e Salto nel vuoto, 1980,  Paolo e Vittorio Taviani con Il prato, 1980,  Walerian Borowczyk con Lulù e Ars Amandi L’arte di amare, 1982, Francesco Rosi con Tre fratelli, 1981, Lina Wertmuller con Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico, 1986,  Marco Ferreri con Come sono buoni i bianchi, 1988.

Poi con  Mery per sempre, 1989, Marco Risi, girato quasi interamente nel carcere minorile del Malaspina di Palermo, inizia la sua seconda stagione d’attore, una stagione che sarà sempre più intervallata con quella di acclamato regista e di popolare interprete di fiction televisive. Diventerà infatti, per esigenze di copione, da lì a poco, Giovanni Falcone, Enzo Tortora, Aldo Moro, Giuseppe Soffiantini, Bernardo Provenzano, persino Padre Pio.

Dice Placido: “Proprio Padre Pio è stato il personaggio più facile da interpretare, forse perchè ho sempre vissuto la mia vita alla ricerca dei perchè della esistenza”. L’intera stagione de La piovra (e il personaggio caratterizzante del commissario Corrado Cattani), diretta da  Damiano Damiani, che Placido inizierà nel 1984, per concludere l’esperienza nel 1988, resterà un successo stratosferico e la sua popolarità, senza esagerazione alcuna, arriverà alle stelle. L’addio alla serie televisiva coinciderà proprio con la sua attività di regista, un’attività che raggiungerà una vetta, pensiamo, con il deciso film, dedicato all’amore passionale di due persone speciali, il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla AleramoUn viaggio chiamato amore, 2001. È un film questo che ci è particolarmente caro, non solo perchè buona parte della pellicola è stata risolta nei luoghi pontini di Torre Astura e di Borgo Sabotino, territori in fondo assai cari, proprio nella realtà, anche a Sibilla Aleramo, che iniziò la sua professione di maestra proprio lì. E in questi luoghi, ancora, Sibilla Aleramo si rivelò come un pioniere della rivoluzione culturale femminile, in questi luoghi seppe dare un riscontro ed una voce, ed infine anche la capacità di essere presente nella vita come nell’arte.

Michele Placido, incontrato all’epoca della lavorazione del film a Borgo Sabotino, così spiegava la sua scelta di ambientare alcune sequenze del suo film tra il castello di Torre Astura  (il triste rifugio di Corradino di Svevia prima di essere tradito, quindi catturato ed infine ghigliottinato) e Borgo Sabotino, luogo naturale splendido, che sa di storia, sede di un procoio meraviglioso, ma ormai decisamente avvilito, a ridosso di una spettrale centrale nucleare: “Ricostruiamo qui la marina di Pisa, il luogo dove il poeta Campana viveva, non solo, e propriamente, per motivi di comodità logistiche della produzione, quelle ci sono sempre ormai, ma perchè i luoghi descritti da Campana nel suo libro, I canti orfici,  cui si ispira il film, un po’ immaginari e certamente suggeriti dalle lettere, sempre poetiche, che quasi quotidianamente la Aleramo scriveva al suo amato, riecheggiano proprio la nuda fisicità di questi luoghi pontini. Poi, perchè per questo film cerco davvero l’incontaminato, luoghi che davvero possono farci risalire ai primi anni del novecento, gli anni della prima guerra mondiale. Qui l’aspetto naturale è rimasto davvero quello, vedi come ruotano i calessi, e come possono integrarsi senza costringerci a mistificare…”.  

Senza dubbio Un viaggio chiamato amore è un film che amiamo particolarmente, nella filmografia del regista lo riteniamo assolutamente eccelso, estremo anche nella sua grande forza eversiva. Noi pensiamo che Sibilla Aleramo e Dino Campana non potevano non colpire un’intelligenza come quella di Placido.  Nel suo cinema, anche d’attore qualche volta, ma soprattutto da regista, netta è sempre stata la posizione progressista, anche l’incedere deciso alla lotta del popolo più umile (pensiamo in questo senso a film come  Pummarò,  Del perduto amore,  e anche ad Un eroe borghese).  La filmografia di Placido risponde proprio ad un progetto assolutamente culturale, ad uno sforzo, davvero, di conoscenza e di approfondimento della vita degli uomini, finanche degli aspetti della dignità, delle radici, della terra.

Un viaggio chiamato amore, così come Placido l’ha realizzato, un’indagine sulla più intima essenza dell’uomo, rappresenta sempre, e nel tempo rafforza, una  “pericolosa”, “irritante”  forza eversiva, e soprattutto continua, secondo noi, a costituire, in maniera precisa, una domanda di forte contrasto ai poteri culturali. Questo lo pensiamo decisamente, per questo l’amore verso un titolo come Un viaggio chiamato amore, al di là dell’estetica, della calligrafia, dello spettacolo, per noi è senza dubbio infinito, ed il suo messaggio resterà davvero di difficile dispersione.

Giovanni Berardi       

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