Patire dal ridere: Rezza-Mastrella-Salis in DOPPIO ASSOLUTO

 

Scriveva Mauro Gervasini a proposito di Totò di come prima d’entrare in scena il celebrato attore confessasse ai suoi collaboratori: «Anche oggi gli faremo patire un gran ridere». C’è da pensare che Antonio Rezza non si discosti molto da questo tentativo d’avvicinare tanto la risata alle più recondite ferite interiori.

Con un inedito duetto (quasi) improvvisato con il fisarmonicista e pianista Antonello Salis, Rezza e Mastrella son tornati negli spazi del Teatro Vascello di Roma, il luogo che più di ogni altro negli ultimi anni ha ospitato i loro percorsi di feroce indomita precisione, all’insegna della recisione d’ogni sostegno parastatale.

Si trattava del primo degli incontri di Doppio assoluto, l’iniziativa che il teatro diretto da Manuela Kustermann ha pensato per sostenere quel Vascello che resta uno dei minimi baluardi di resistenza teatrale d’un certo respiro. Incontri-eventi, unicum per tasche generose tra musica e capacità attoriale, incursioni oltre gli specifici linguaggi d’origine.

E allora tra accensioni e spegnimenti molesti, in un voltafaccia alla continuità scenica, come un concerto, l’improvvisazione jazz di Salis si è scontrata con la matematica forsennata di Rezza, quella che, nella forma in cui si è presentata in tale occasione, sembra l’esibizione plastica d’un volto ghigliottinato dagli habitat scenici di Flavia Mastrella, ri-tagliato e mutilato per aumentarne la potenza. Allontanandosi dal procedere temporale del contenitore evento, quel concentrato- precipitato di virtù recitativa salta di scena in scena, antologizzandosi e ri(dis)facendosi, contro la banalizzazione apocalittica/servizievole dello spettacolo mosso e commosso d’interesse sociale (una crociata con/contro…). L’imperativo è il non decorare oltre le nostre pareti mentali con la speranza della palingenesi. Praticare piuttosto un’arte di sfondamento. E non di sfondo.



.Anche Salis “incarna” il suo linguaggio, il corpo nei suoi spasmi. Si fa tutt’uno con la sua fisarmonica, protesi/prolungamento dell’anima come qualunque strumento assurga al “ruolo” di paladino-messaggero del proprio Io non verbale. Nervoso, appassionato, attraversato dai suoni interiori. Facendosi interprete di un trasporto che Rezza invece nega ripetutamente, uscendo di continuo da una “storia” nella quale non si era tuttavia mai entrati. Per Rezza più che improvvisare si tratta di modulare la trama dei suoi sfrenati lucidi nervi in base alla situazione, all’aria che tira in sala: un dissennato traslocar di furia suggerendo sprazzi di verità non pre-stabiliti, nell’equilibrismo del prendersi briga dell’imprevisto. L’improvvisazione dell’uno (il piano “preparato” sembra più adatto a questo duetto del rischioso e troppo pacificato languore in tastiera) che mina il congegno perfetto dell’altro. Quel gioco giocato dimenticandosi di giocare (e qui omaggio Celati e la sua Alice disambientata) eppur avendone costantemente coscienza.

D’altro canto l’avidità motoria della “scena” di Rezza-Mastrella, intesa nella sua integralità, permette d’espandere l’esperienza, esaltandosi non solo attraverso i corpi (la ri-petizione è qui da prendere alla lettera: chiedere a sé stessi ogni volta qualcosa in più) ma anche nel loro compenetrarsi ai tessuti/habitat, nel dinamismo anti-naturalistico dei colori, e non di meno nella parola stessa, funambolica nel suo rivoltarsi alla sintassi. Una frammentarietà ricercata (è lei l’imputata primaria/principale in chi da queste parti vuol vederci/trovarci un senso) permette di fermarsi sempre un attimo prima di scadere nella/dalla aspettativa rispettata (rubando da Gli anni scorsoi): «Poi ci siamo accorti che il frammento rende più difficile l’ipocrisia, poiché incapace del respiro narrativo che la menzogna di chi si arrabatta intorno alla matassa impone all’interlocutore».

Salvatore Insana



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