Blood Story

Anno: 2010

Distribuzione: Filmauro

Durata: 115

Genere: Drammatico/Fantastico/Horror

Nazionalità: Gran Bretagna/USA

Regia: Matt Reeves

Chloe Moretz (giovanissima rivelazione di Kick-Ass) è Abby, una misteriosa dodicenne che trasloca nell’appartamento vicino a quello di Owen (un impressionante Kodi Smit-McPhee, The Road), fragile ragazzino facile preda del bullismo. Nella sua devastante solitudine, Owen finisce per legarsi alla ragazza, dapprima senza intuire quel che di misterioso e pericoloso si nasconde in lei. Ma quando una serie di efferati omicidi colpisce la cittadina del New Mexico, Owen deve confrontarsi con una scoperta agghiacciante e dolorosa: la sua innocente amichetta è in realtà un crudele vampiro chiuso in eterno nel corpo di una bimba.

Il film di Matt Reeves è stato presentato al Festival Internazionale del Film di Roma 2010 con il titolo Let Me In, trasformato per l’occasione dell’uscita in sala in Blood Story, nome decisamente più accattivante per il genere horror in cui viene incasellato. Blood Story è tratto dal romanzo svedese “Låt den Rätte Komma In” di John Ajvide Lindqvist ed è il remake dell’acclamato film Lasciami entrare di Tomas Alfredson. Blood Story segna anche il ritorno alla produzione, dopo più di trent’anni, della Hammer, leggendario studio inglese specializzatosi nell’horror tra la metà degli anni ‘50 e la fine dei ‘70 con la produzione di serie dedicate a Frankenstein, Dracula il vampiro, La mummia. Quando nel 2004 John Ajvide Lindqvist ha rimpolpato il mito di Nosferatu con la storia della sua adolescenza, la Svezia ha avuto il privilegio di accogliere un best seller intimo e originale diventato quattro anni dopo un delicato prodotto cinematografico firmato Tomas Alfredson.  Let Me In/Blood Story non è solo la rivisitazione del mito eterno di Nosferatu ma una struggente storia di educazione sentimentale, il resoconto in chiave horror del passaggio traumatico verso (e attraverso) l’età più difficile, l’adolescenza.

A differenza del capolavoro svedese – il cui superamento di generi si traduce in una perfetta storia d’amore horror – il made in USA dichiara immediatamente i suoi intenti, eccede nella visione ed esibisce il monstrum dormiente. Fin dalle prime scene (Blood Story inizia con il trasporto in ospedale dell’uomo sfigurato) comprendiamo che Reeves tende senza troppe sottigliezze verso il linguaggio di genere, si dirige verso un horror in pieno stile portato avanti nel rispetto dei codici. Il pubblico è costantemente esposto a uno stato di suspense senza tregua coadiuvato dall’apporto sonoro (pressoché assente nel più intimistico Let Me In) di Michael Giacchino (premio Oscar per Up, compositore di Ratatouille, Cloverfield, Lost). L’esplicitazione visiva si manifesta anche in altre scelte legate alla caratterizzazione dei personaggi, come nel caso di Owen, il cui voyeurismo verso gli approcci di una coppia e il vicino palestrato rispecchia il dischiudersi di nuove esigenze.

La versione americana in arrivo nelle sale italiane è la necessaria trasposizione destinata a geografie e culture lontane tra loro. Siamo sempre negli anni ’80 ma il sobborgo Blackeberg di Stoccolma ha lasciato il posto alla desertica e innevata Los Alamos in New Mexico. Sono gli anni della presidenza Reagan, la Guerra Fredda è ancora in atto e la minaccia del ‘male’ (sovietico) esterno al Paese è in agguato. Reeves inserisce Owen in un contesto dove il male non solo è palpabile nell’immediato circondario, ma si insinua nei più intimi angoli della mente per scatenare reazioni di inaudita violenza. Le difficoltà e inadeguatezze che accompagnano il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, i soprusi ai danni dei più deboli che innescano dinamiche rivoltose e aggressive, il riconoscimento di un disagio comune provato dai piccoli protagonisti si stagliano sull’America di Reagan che nel suo discorso separa semplicisticamente il male dal bene nelle polarità URSS/USA. L’illusoria e manichea ripartizione non fa che enfatizzare la presa di coscienza di Owen sulla coesistenza della luce e dell’oscurità sia in se stesso sia nell’amica Abby, una ‘dodicenne da molto tempo’ in lotta tra la ferocia che la allontana dal genere umano e i residui di un’adolescenza normale che ancora la abitano.

Quasi fossero gli eroi tragici di un dramma shakespeariano (da cui i versi «I must be gone and live, or stay and die») riletto in chiave orrorifica, Owen e Abby rispettano la discrezione di un’etichetta cortese, per cui non si entra (nella vita altrui) senza invito, ma se si accorda tale permesso il sostegno e la protezione incondizionata sono garantiti.

Francesca Vantaggiato 

Utlima modifica: 29 Settembre, 2011



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