Ninetto Davoli: in principio fu con Totò e Pier Paolo Pasolini

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Ninetto Davoli e Giovanni Berardi

Oggi Ninetto Davoli è il teatro. Albergo rosso è il titolo della sua performance nei palcoscenici italiani. Lui stesso, onestamente, afferma che trent’anni fa mai avrebbe scommesso un centesimo che un giorno avrebbe calcato i palchi impolverati dei prosceni italiani. Così come oltre quarant’anni fa non avrebbe scommesso alcunchè, nemmeno, che un giorno sarebbe diventato un attore cinematografico di spessore, di incontri notevoli e gloriosi, un attore dai riscontri anche internazionali. Fu Pier Paolo Pasolini,  a parer di chi scrive un letterato insormontabile e un poeta inarrivabile, a scoprirlo, a fiutare l’attore puro che era in lui.

Ninetto Davoli era il terzo dei suoi non attori, insieme a Franco Citti e ad Ettore Garofolo. Pasolini d’altro canto è sempre stato contrario all’ impiego di rito istituzionale degli attori nei suoi film, la sua poetica d’autore insisteva nel fare film solo con le facce, con le personalità ed i caratteri così come erano nella realtà e che dovevano restare reali anche nella rappresentazione. A Pasolini non interessava la dote tecnica dell’attore, la bravura dell’attore a lasciare a casa la propria identità per poi assumerne un’altra, “nessuno nei miei film deve fingere di essere qualche altro” ripeteva e l’indole naturale, l’istinto proprio di  Ninetto calzava a pennello per le sue convinzioni: infatti Davoli ha interpretato tutti i film di Pasolini, tranne Medea (1969), “ma solo perchè impegnato a fare il servizio militare” ricorda Davoli e l’ ultimo disperato film del 1975, Salò o le centoventi giornate di Sodoma (è il film che poi diventerà l’alba e forse anche il proscenio rivelatore del  brutale omicidio/suicidio di Pasolini): Il vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966) Le streghe, episodio La terra vista dalla luna (1967), Capriccio all’italiana, episodio Che cosa sono le nuvole? (1967), Edipo Re e Teorema (1968), Porcile e Amore e rabbia, episodio La sequenza del fiore di carta (1969), Il decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il fiore delle mille e una notte (1974). E poi anche i film derivati direttamente dalla poetica di Pasolini, tutti diretti dall’altro discepolo del poeta, Sergio Citti, come Ostia (1970), Storie scellerate (1973), Casotto (1977) Il minestrone (1981) Sogni e bisogni (1984) I magi randagi (1997).

Forse la scelta di non avere Ninetto con lui ancora una volta nell’ultimo set di Salò è maturata proprio per non coinvolgerlo, dato che, in qualche maniera, nel mondo poetico di Pasolini, continuava a restare come la rappresentazione pura della vita, il suo inno, anzi, alla meraviglia della vita, proprio una contrapposizione all’idea pasoliniana, ormai convinta, del genocidio di massa imminente operato dalla civiltà dei consumi, a cui consentiva decisamente un solo percorso liberatorio, quello dell’autodistruzione. E forse, mentre Pasolini moriva così atrocemente, vittima proprio della violenza culturale di natura consumistica, da lui sempre e comunque tragicamente enunciata (non vi era assolutamente poesia  nei suoi ultimi Scritti corsari), Davoli era già lì a correre in bicicletta, anzi zigzagando, vestito da Giggetto il panettiere, nelle deserte strade di una Roma ancora sonnacchiosa, mentre cantava a squarciagola per pubblicizzare i crackers Saiwa, in quello che è ormai un retaggio degli assolutamente mitici, per la generazione del cronista, Caroselli televisivi. Pasolini di Davoli ne era alquanto orgoglioso perchè, più di Franco e Sergio Citti, legati al poeta perlopiù da un film disperato e tragico come  Accattone (1962),  rappresentava, con il carattere gioioso che gli è proprio, il suo cinema solare, quello della “trilogia della vita”,  quello che Pasolini continuava a reputare “gaio” e di “opposizione alla repressione sessuale esercitata dalle classi al potere”: Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte, ma soprattutto, secondo gli intendimenti di Pasolini, la  “realtà fisica del popolo”,  la “realtà corporea”,  il “corpo nudo”,  il “sesso”.

Ora, e questo è proprio un inciso (ed anche piuttosto indipendente verso la grammatica dell’articolo), i grandi appassionati di cinema non amano propriamente tantissimo il cinema d’autore più classico, come era anche quello di Pier Paolo Pasolini. Gli appassionati fedeli riconoscono in questo cinema qualcosa di sublime certo, sicuramente di prezioso e di autentico, ma le forti emozioni, al netto della visione, da questi autori ne escono alquanto soffocate. Solenne allora è il nostro motivo di ritenere assoluti autori del cinema migliore, coloro che esprimono davvero, oltre lo stile rigoroso, la popolarità del cinema,  personalità quali, e stiliamo un elenco in cui la priorità è solo un ordine di apparizione alla vita: Charlie Chaplin, Alfred Hitchcock, Sergio Leone, Stanley Kubrick, Quentin Tarantino.

Ma il cinema di poesia di Pasolini viveva assolutamente di gloria diversa: sempre un evento, qualcosa di unico, ogni film coglieva una fase cruciale nel curriculum vitae dell’autore/poeta, fasi che lo porteranno inevitabilmente ad esplodere in una crisi profonda, infine a formulare, anzi ad interpretare e vivere un discorso, una ragione sempre più disperata, sul futuro capitalistico.  E allora ricordiamo Ninetto, soprattutto, in quel film meraviglioso che rimane  Uccellacci e uccellini (1966), il suo primissimo da protagonista d’altronde, perchè è il film che ha rappresentato ed annunciato i percorsi che, alla fine, hanno condotto l’umanità alla crisi delle ideologie. Si tratta di un corvo parlante che segue il peregrinare di Totò e di Ninetto, in una favola anche chapliniana, che dice di venire dal paese di Ideologia e di essere figlio del dubbio e della coscienza. Ebbene questa pellicola ha inchiodato alla seggiola, e nei dubbi, più di una generazione di spettatori.  Ed il funerale di Palmiro Togliatti, l’uomo politico comunista che fu tra i primi a battersi per l’autonomia del partito dall’Unione Sovietica e che ha aperto la via italiana al socialismo, mostrato così realisticamente  (proprio un inserto di cinegiornale dell’epoca)  per simboleggiare, proprio irrimediabilmente, la fine di un epoca storica, quella della Resistenza, quella delle grandi speranze per il comunismo, quella della grande lotta di classe.  Rivisto naturalmente, dal cronista, in un cinemino d’essai, in quella che era solamente una serie di film dedicata a Totò, in una lontana estate del 1975. È il film che, per quanto riguarda il cronista, è risultato un manifesto di coscienza politica. Ma per Ninetto Davoli era l’inizio della meravigliosa avventura nel cinema.

“E pensare che un film come Uccellacci e uccellini non volevo mica farlo”  dice Davoli  “ero pischello, pensavo  “ma chi è che va al cinema a vedere una faccia come la mia”. Poi ho cambiato idea quando Pier Paolo mi ha detto che il lavoro nel film era soprattutto camminare con Totò e che si potevano guadagnare anche due milioni”.  Totò, che all’epoca Davoli, ed i suoi amici di quartiere, immaginavano come qualcosa che quasi non esisteva: “per noi ragazzi dell’epoca Totò era un idolo, come Charlot e come Stanlio e Ollio, lo sentivamo proprio inarrivabile”. Ed invece oggi Davoli ricorda le volte che Totò, quando a Ninetto capitava, e capitava sovente, di non ricordare le battute del film, era sempre pronto a voltare le spalle alla macchina da presa per suggerirgli meglio le battute. E non poteva, quindi, non essere una carriera in crescendo quella di Ninetto Davoli, visto quali padri gli hanno segnato e consolidato l’esordio.

Con Totò, ricorda Davoli, l’affiatamento è stato subito eccezionale, Totò gli diceva che la sua faccia era bella, era proprio d’attore, ma doveva però studiare, e studiare sodo. “Io di questa cosa qua me ne sono sempre fregato” ricorda Ninetto.  Ai centri sperimentali ed alle scuole Davoli ha sempre preferito essere se stesso, nel suo mestiere è sempre rimasto solo un transfert della sua personalità e della sua cultura in un personaggio altro.

Risalendo nelle caratterizzazioni pasoliniane più personali resta memorabile quella ne I racconti di Canterbury,  il balletto, quasi chapliniano, di Davoli, una realtà circense che Pasolini ha inserito nel contesto, quasi un’idea bizzarra assolutamente di passaggio. Ed è una genialità che diventa, nel proscenio e come per incanto, un’idea sublime. E i lavori di Davoli nel cinema italiano cominceranno proprio a moltiplicarsi, segno evidente di una intelligenza e di una maturità anche artistica ormai raggiunta: Er più, storia d’amore e di coltello (1971) di Sergio CorbucciStoria di fifa e di coltello-Er seguito de Er più (1972) di Mario AmendolaAbuso di potere (1972) di Camillo BazzoniAnche se volessi lavorare che faccio (1972) di Flavio MogheriniIl maschio ruspante (1972) di Antonio RacioppiStoria de fratelli e de cortelli (1973) di Mario Amendola,  La signora è stata violentata (1973) di Vittorio Sindoni, La Tosca (1973) di Luigi Magni.

La carriera e la vita di Davoli nel cinema, e nel suo privato, a questo punto, sono di quelle che diventano invidiabili, proprio per la grandezza delle personalità che gli hanno concesso di conoscere e di frequentare, da quelle più illustri a quelle più semplicemente familiari:  Maria Callas, Adriano Celentano, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Romolo Valli, Vittorio Gassman, Turi Ferro, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, Dacia Maraini, Mario Schifano, Enzo Siciliano, Dario Bellezza, Laura Betti, Bernardo Bertolucci, Silvana Mangano, Alida Valli, Adele Cambria, Carlo Giuffrè, Roberto Benigni, Giorgio Gaber, Ugo Tognazzi, Carmelo Bene, Luca Ronconi, Vittorio Caprioli, Ingrid Thulin, Walter Chiari, Luigi Proietti, Giancarlo Giannini, Aldo Giuffrè, Alighiero Noschese, Gabriele Ferzetti, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Vincenzo Cerami.

Dice Davoli: “E sai cosa ho imparato davvero da tutte queste frequentazioni? Proprio la tolleranza”. E, guarda il caso, spesso la tolleranza era uno dei valori più ricercati ed inseguiti nelle tematiche poetiche, letterarie, cinematografiche e di vita di Pier Paolo Pasolini.  La seconda parte della carriera di Ninetto Davoli, che inevitabilmente coincide con la morte di Pasolini, consegnano alla critica un attore ormai notorio e cresciuto. Il film del periodo, nel quale meglio confermerà, comunque, le naturali doti di attore è  Il lumacone, sceneggiato da Ruggero Maccari, un padre della commedia all’italiana e diretto da Paolo Cavara nel 1974, pellicola nella quale recita insieme a Turi Ferro e Agostina Belli. È il film dove sicuramente Davoli ha l’opportunità più grande (senza Pasolini e senza Sergio Citti) di dimostrare tutto il suo innato talento d’attore. Il personaggio offertogli da Cavara è corposo, riempie il proscenio e consente a Davoli di contraltare proprio strepitosamente un attore di razza come Turi Ferro. In seguito girerà altri film, tra i quali spiccano, in ogni caso ed anche per i più svariati significati, titoli come L’Agnese va a morire (1976) Giuliano MontaldoSpogliamoci così senza pudor (1977) di Sergio MartinoBuone notizie (1979) di Elio Petri, Il cappotto di Astrakan (1979) di Marco Vicario, La liceale seduce i professori (1979) di Mariano Laurenti, Il conte Tacchia (1982) di Sergio CorbucciA futura memoria: Pier Paolo Pasolini (1985) di I.B.Micheli, Animali metropolitani (1987) di Steno, Uno su due (2006) di Eugenio Cappuccio.

Giovanni Berardi

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  • NATASHA

    complimenti per l’articolo

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