Un gelido inverno

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Un gelido inverno (Winter’s bone) della statunitense Debra Granik, tratto dall’omonimo romanzo di Daniel Woodrell, ha già incassato una fitta serie di riconoscimenti: Miglior Film e miglior sceneggiatura al Sundance Film Festival, Miglior Film e Miglior Attrice Protagonista (Jennifer Lawrence) all’ultima edizione del Festival di Torino, nonché quattro nomination all’Oscar.

Eppure, nonostante l’originalità della messa in scena, la bravura degli attori e l’inconsueta trama, si fatica a entusiasmarsi per questo film, in cui le atmosfere tese e cupe, fedeli allo sfondo del romanzo, congelano lo svolgimento della narrazione, provocando una sensazione di distacco nello spettatore (italiano), che assiste ad una storia lontana, che non gli appartiene. Quest’aspetto, però, è anche ciò che costituisce la specificità e il punto di forza del lungometraggio, che esibisce, senza troppi fronzoli, il lato oscuro del sogno americano, mostrando impietosamente “la faccia triste dell’America”, quella del Missouri, dove persiste una realtà rurale, fatta di una popolazione ristretta che vive sulla soglia della povertà. Non ci sono grattacieli, né catene di supermarket, ma solo qualche isolata fattoria, dove si vive di raccolti e allevamenti: insomma, pare di rivedere quell’umanità che Michael Cimino aveva esibito ne I cancelli del cielo (Heaven’s gate, 1980). E, nonostante costituisca una minoranza rispetto alla tipica immagine spettacolare normalmente veicolata, questa piccola fetta d’America si rivela più che mai rappresentativa delle radici del nuovo mondo, di un retroterra osceno troppo spesso occultato.

Ree, la protagonista, poco più che adolescente, vive con la madre irrimediabilmente depressa, e con la sorella e il fratello di cui si prende cura. Il padre, un piccolo criminale locale, è sparito da tempo, e, per poter pagare la cauzione necessaria per uscire dal carcere, ha ipotecato la casa dove vive la sua famiglia. Ree deve ritrovarlo, e per far ciò è costretta a intrattenere rapporti con la malavita locale, squallida e deprimente.

Il senso di sospensione e la desolazione dei personaggi ricordano non poco le atmosfere di Animal Kingdom (2010) di David Michôd, in cui, trascendendo gli stereotipi del gangster movie, veniva presentato il vero volto della criminalità, neutralizzandone la dimensione carismatica, che spesso ha costituito il carattere saliente di questo genere cinematografico .

Ree sembra uno di quei sottoproletari dei film del primo Pasolini, quello epico e popolare e, per associazione, anche lo struggente personaggio interpretato da Mickey Rourke in The wrestler (2008) di Darren Aronofsky.

Un gelido inverno contiene al suo interno tanto cinema americano, quello indipendente e non allineato, soprattutto degli ultimi anni: questa è la forza del film, girato, tra l’altro, con pochi mezzi e con tecnologia RED. A convincere meno è lo sviluppo della storia, con qualche episodio un po’ ridondante, che non aggiunge nulla a ciò che di buono è presente nella pellicola.

Luca Biscontini

Scritto da il feb 17 2011. Registrato sotto REVIEW. FILM NON PIU' IN SALA. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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