Tamara Drewe

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Lo si può considerare a tutti gli effetti una sorta di incontro ravvicinato del terzo tipo quello tra Stephen Frears e la celebre graphic novel firmata da Posy Simmonds, “Tamara Drewe” (edita in Italia da Nottetempo). Anche se il regista britannico non è nuovo a trasposizioni cinematografiche di testi letterari, che rappresentano più della metà della sua cospicua filmografia (vedi Alta fedeltà da Nick Hornby, Due sulla strada e The Snapper da Roddy Doyle, The Hi-Lo Country da Max Evans, Liam da “The Back Crack Boy” di Joseph McKeown, Mary Reilly da “La governante del dottor Jekyll” di Valerie Martin, Prick up – L’importanza di essere Joe da John Lahr, Chéri da Colette, ma soprattutto Le relazioni pericolose da Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos e Rischiose abitudini da “The Grifters” di Jim Thompson), salta comunque all’orecchio la scelta di puntare su un’opera che, sulla carta, può essere considerata nel linguaggio comune un semplice fumetto, ma che, tecnicamente, è un vero e proprio romanzo illustrato. Quindi, se a un primo approccio superficiale con la nuova pellicola di Frears si può pensare ad un ‘matrimonio’ azzardato e rischioso fra ‘mondi’ così diversi e distanti, ad una lettura analitica più approfondita che segue il post-visione, al contrario, ci si rende immediatamente conto di quanto le due parti siano in realtà vicine e simbiotiche. Questo perché lo stile, i temi, il linguaggio, il tipo di storia, le ambientazioni e i personaggi che animano la fonte originale della Simmonds, a sua volta liberamente ispirata al romanzo del 1874 “Via dalla pazza folla” di Thomas Hardy, e già approdata sul grande schermo con il poco convincente film omonimo diretto nel 1967 da John Schlesinger, appartengono più che mai al DNA artistico dell’autore del superlativo The Queen (2006).

Presentato fuori concorso all’ultima edizione del Festival di Cannes, il film del regista britannico ha in primis il merito di deludere le attese e i pronostici della critica, pronta a scommettere sulla più classica delle commedie sofisticate dall’inconfondibile sapore british. Tamara Drewe ha si le caratteristiche fondanti del filone sopraccitato, ma va ben oltre, grazie allo script caleidoscopico di Moira Buffini, che ha saputo esaltare al massimo l’enorme potenziale narrativo e visivo della graphic novel della Simmonds. La pellicola racconta le vicende sentimentali di una giovane giornalista combattuta fra due amori. Quando deve vendere la casa di famiglia, dopo la morte della madre, la protagonista torna nel paesino del Dorset in cui è cresciuta, creando scompiglio nella piccola comunità. L’adolescente sgraziata di un tempo è diventata una conturbante femme fatale, che ovunque vada lascia dietro di sé una scia di invidie, passioni e pettegolezzi. Da qui parte un valzer divertente e fuori controllo di tradimenti e ripicche amorose, consumato dentro e fuori un rifugio per scrittori in crisi in cerca di ispirazione. Un piccolo “Eden letterario” incastonato in una tenuta immersa nella tranquilla e verdeggiante campagna inglese.   

Il risultato è una black-comedy ottimistica e impertinente, di impetuosa vitalità, sanguigna e tenera nel suo ruvido umorismo. La carta vincente è senza dubbio la sua apparente semplicità, sotto la quale però covano un cinismo e una freddezza pungenti, che poi rappresentano uno dei marchi di fabbrica del cinema targato Frears. Sesso, fugaci amplessi ed erotismo pungente fanno la loro comparsa, innescando dissapori e litigate furibonde, diventando quel tocco in più di piccante che è solo una minima parte dell’apprezzabile lavoro in fase di scrittura. Il plot si appoggia su una solida struttura narrativa, calibrata su repentini cambi di registro, sviluppata su due livelli che mettono da una parte le avventure private, fuori e sotto le coperte, della Drewe, e dall’altra le dinamiche pubbliche all’interno della tenuta dove si riuniscono gli scrittori. A questo si va ad aggiungere un impianto dialogico costruito su gag spiritose e scambi di battute frenetici senza peli sulla lingua, che consente alla natura corale della storia e all’ottimo sviluppo dei personaggi di esprimersi al massimo.

Da parte sua Frears, deciso a puntare sua una regia più sommessa ma perfettamente funzionale alla storia, è bravissimo a trasporre in immagini e suoni l’intelligenza dei tempi narrativi, e l’attenzione ai particolari permea da cima a fondo tanto l’opera della Simmonds quanto il suo adattamento cinematografico. Ma, soprattutto, contribuisce al progetto con una straordinaria direzione degli attori (da sottolineare le performance di Gemma Artenton, nel ruolo della Drewe, e di Roger Allam, in quello di Nicholas Hardiment), che a loro volta rispondono assecondandone l’estro creativo. Ciò che ne emerge è una commedia ricca di personaggi vivaci e di trovate divertenti che non nascondono l’amarezza di un disagio esistenziale, vero male che affligge la società dei giorni nostri.

Francesco Del Grosso

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