L’illusionista

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Jacques Tati (scheff) si accomiata dal cinema lasciando un’opera chiusa nel cassetto, una sceneggiatura scritta tra il 1956 e il 1959 e affidata dalla figlia Sophie al regista Sylvain Chomet, autore del pluripremiato e candidato a due premi Oscar Appuntamento a Belleville.

Siamo nei complicati anni ’50, l’illusionista Tatischeff è un mago ormai senza pubblico, i suoi trucchi non stupiscono più nessuno e i raffinati palcoscenici su cui era solito esibirsi sono adesso occupati dai nascenti astri del rock. In questo delicato periodo di svolta, Tatischeff cede inesorabilmente il passo agli acclamati e ruggenti nuovi idoli, ritrovandosi relegato a esibizioni secondarie in luoghi di poco prestigio. Quando approda in un pub scozzese sollecitato da un vecchio e goliardico beone, contrariamente all’indifferente accoglienza degli ultimi periodi, incontra spettatori divertiti e affascinati dalla sua magia, prima fra tutti la piccola Alice. L’illusionista e la dolce bambina partono insieme alla volta di Edimburgo, in un viaggio alla scoperta della propria identità.

Con un’impronta melanconica e soave, Chomet cattura in un impeccabile – eppure diverso – ritratto in 2D le impacciate e inconfondibili movenze di Monsieur Hulot, il personaggio meticolosamente creato e interpretato da Jacques Tati.

Il tratto scelto da Chomet – come lo stesso regista ha dichiarato – richiama la produzione Disney degli anni’60, con particolare riferimento a La carica dei 101, dove confluisce il suo originale disegno imperfetto e intenso. Nell’animazione echeggia la pura immediatezza in stile slapstick, di cui Tati era fautore e ammiratore, combinata con la complessità concettuale e la ricercatezza visiva proprie di Chomet.

Non mancano, poi, alcuni elementi ricorrenti nella produzione di Chomet individuabili, ad esempio, nella compagnia di un animale scelta per il protagonista: un cane rabbioso e goffo disposto a tutto per il suo padrone nel primo film d’animazione, un coniglio isterico, adorabile e fedele compagno di viaggio nel secondo.

L’illusionista trasuda le emozioni personali di Tati, è un lungo e desolato addio alla settima arte, una faticosa separazione da un passato irrecuperabile e un saluto amaro rivolto al futuro imprevedibile.

La storia dell’illusionista racchiude in sé echi lontani e privati che affondano le radici nell’inviolabile legame tra padre e figlia e nel processo di maturazione in cui entrambi sono coinvolti. Quando Alice incontra (la magia di) Tatischeff è poco più di una tenera bambina, ignara del sentimento filiale per cui, senza remore, decide di unirsi a lui nel simbolico viaggio all’insegna della crescita e della trasformazione. E mentre Alice gioca a fare l’adulta passando dalle puerili scarpette rosse ai raffinati abiti femminili, Tatischeff scopre un affetto paterno, nuovo e gentile per la bambina incantata e affronta, per amore di lei, una serie di compromessi. Inconsapevolmente, l’illusionista modifica la sua vita e la sua essenza racchiusa nell’arte della magia in funzione di Alice, fino ad approdare al disilluso e necessario epilogo, accompagnato solo dal suono di un commovente pianoforte.

L’assenza di dialoghi, il corpo di Tatischeff, pensato e disegnato in un’indefinibile e costante esitazione del pensiero e del gesto, il contesto relazionale demodé identificato nella figura del clown e del ventriloquo (che insieme a Tatischeff sono testimonianza di uno spettacolo surclassato, espressione simbolica dell’ultimo barlume del cinema muto agli albori del sonoro), la cura della colonna sonora a cui è affidato il compito di evocare sensazioni e stati d’animo, le inquadrature fisse e interessate a coprire campi medi e lunghi, per trattenere la concentrazione sul dettaglio, sono espedienti linguistici efficaci che omaggiano in modo ineguagliabile tutta l’opera di Tati.

Francesca Vantaggiato

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