Luigi Magni: la storia quale commedia della vita

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Luigi Magni e Giovanni Berardi

Luigi Magni ci aspetta tranquillo al bar Canova di piazza del popolo, a pochi passi da casa sua. Già da via del Babuino, da dove sopravviene il cronista, lo vediamo accomodato, sornione come sempre, a spuntare alcuni suoi appunti. Luigi Magni, ottantadue anni, sceneggiatore, scrittore, regista. I suoi film più importanti da leggersi, anche ma non solo, come autentiche tappe fondamentali della storia romana sono Nell’anno del Signore, Scipione detto anche l’Africano, La Tosca, In nome del Papa Re, Arrivano i bersaglieri, State buoni se potete, In nome del popolo sovrano, La carbonara. Al suo cospetto non possiamo non ricordare come Piazza del Popolo fu teatro dell’esecuzione dei due carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini. Magni ha rievocato quell’episodio nel film Nell’anno del Signore. Dice Luigi Magni: “Quando uscì il film, nel 1969, la gente correva dal cinema Metropolitan (dove il film fu proiettato per un anno intero) nella vicina Piazza del Popolo, a controllare le targhe dedicate ai due carbonari nella piazza, questo per sincerarsi se era una realtà oppure una mia invenzione”. Luigi Magni ha saputo raccontare meglio di tutti la romanità in un’introspezione sospesa tra storia, costume, cronaca e fiction.

“L’idea manifesto del mio cinema è sempre stata quella, partire dal passato per riferire il presente. Ho raccontato la prepotenza del potere papalino, i moti del 1821, proprio quando in Italia imperversavano i moti del sessantotto con Nell’anno del Signore, ho cercato di capire le esigenze del terrorismo con In nome del papa Re, girato nel 1977, quando in Italia si assisteva ad una forte escalation terroristica, ed infine ho raccontato anche la confusione dei nostri tempi con La Carbonara girato nel 1999, insistendo su una realtà opportuna e condivisibile ancora oggi. Questi solo per fermarci a qualche film. E su queste cose ci ridevo sopra. Ecco, forse mi sono proposto temi troppo importanti per riderci sopra…”. E’ indignato Magni, e lo dice con forza, perché avverte, concreto e tangibile nella realtà di tutti i giorni, il desiderio sociale di voler cancellare il nostro passato, fino a strumentalizzare la storia per fini politici. “Fate bene” dice Magni “ad andare a trovare i registi anziani, solo così i giovani potranno conoscere il nostro cinema, che è poi quello vero”. Luigi Magni dice che deve l’entrata nel cinema al regista Antonio Racioppi ed allo scrittore italo-americano Willie Antuono, e che, in realtà, non ha mai avuto dentro di sé la vocazione dell’arte. “Io in quel periodo scrivevo solo raccontini su Roma, mi piaceva da matti scrivere, lo facevo solo per puro piacere”. Al contrario la passione per la settima arte ce l’aveva il suo amico Willie Antuono, che era a Roma per scrivere per il cinema, e la prima sceneggiarura di Antuono è stata proprio Tempo di villeggiatura di Antonio Racioppi, a cui Magni ha dato una mano perchè Antuono l’aveva chiesta espressamente.

“Al cinema ci sono arrivato così, semplicemente vivendo” dice Magni. Il mondo del cinema in quegli anni si dava appuntamento, anche se erano in realtà taciti appuntamenti, dai fratelli Menghi, in via Flaminia (e Magni dal bar Canova dove siamo accomodati ci indica istintivamente la via, che è adiacente alla piazza), una trattoria che faceva credito a tutti gli artisti che capitavano a Roma, e lì si parlava soprattutto di cinema, di teatro, di musica, di poesia, di pittura. E lì capitavo spesso proprio con Antuono. I fratelli Menghi erano dei veri mecenati” ricorda Magni “ed il cinema italiano migliore, così come anche la pittura e la poesia, deve anche qualcosa a loro, anzi moltissimo, proprio per il modo che avevano di trattenere gli artisti a Roma”. Dalla trattoria Menghi, ricorda Magni, sono passati, qualche nome tra i tanti, Gillo Pontecorvo, Giuseppe Patroni Griffi, Ugo Pirro,Giuseppe De Santis, Rodolfo Sonego, Franco Solinas, e poi tanti pittori, poeti ed artisti da strada, tutti italiani ma stranieri a Roma, e tutti squattrinatissimi.

Con Antuono, per il film Tempo di villeggiatura, Magni ha l’occasione di conoscere gli sceneggiatori, già importanti nel cinema italiano degli anni cinquanta, Furio Scarpelli ed Agenore Incrocci detto Age, chiamati dalla produzione a supervisionare la sceneggiatura di Antuono e Magni per il film di Racioppi che cominciava ad andare in produzione. Durante questo lavoro, Scarpelli ed Age riusciranno, in definitiva, a convincere Magni, che non ne aveva voglia, a restare a lavorare per il cinema. Nasce così il Luigi Magni sceneggiatore. Ed in tale veste ha scritto film ormai storici per la cronaca recente del cinema: Gli attendenti di Giorgio Bianchi, Il corazziere di Camillo Mastrocinque, La mandragola di Alberto Lattuada, Facciamo l’amore, non la guerra di Franco Rossi, La cintura di castità di Pasquale Festa Campanile, Il marito è mio e l’ammazzo quando mi pare di Pasquale Festa Campanile, La ragazza con la pistola di Mario Monicelli. Dice Magni: “Però le sceneggiature realizzate non assomigliavano mai agli sceneggiatori, così, proprio per questo motivo, ho deciso di diventare un regista”. E Magni debutta nella regia nel sessantotto con Faustina, la storia di una ragazza nera nata a Roma, ma allora in Italia li chiamavano, senza tanti scrupoli, “negri”.  Racconta Magni: “Ma era il sessantotto, il tempo in cui cominciavamo a credere all’uguaglianza degli esseri umani”.

Magni è a quel punto un regista caposaldo del cinema italiano, diventa anche un cultore della nuova commedia all’italiana, molto spesso risolta ad episodi, secondo la moda ed i bisogni commerciali del tempo, ed infatti questo tipo di esperienza lo vede tra i maggiori artefici. Magni firma titoli come Tre notti d’amore, Le bambole, Extraconuigale, Le streghe, Basta che non si sappia in giro, Quelle strane occasioni, Signore e signori buonanotte. Dice Magni: “Io penso che la commedia all’italiana è stata valorosa e significativa solo nel periodo che va dalla metà degli anni cinquanta fino al sessantotto, perché tutta quella che è venuta dopo, negli anni settanta, è una commediaccia. La commedia all’italiana è andata spegnendosi quando la società italiana, molto facilmente satireggiabile nel periodo del boom e della ricostruzione dopo la guerra, cominciava a fermarsi e a prendere strade non più ridanciane. La commedia all’italiana è morta proprio nei brutti film delle parolacce, quando cioè la parolaccia cessa di essere linguaggio e diventa motivo unico”. Antonio Racioppi, che abbiamo incontrato anche di recente (i lettori di questa rubrica ricorderanno) nella sua casa di Lavinio, sostiene che la commedia all’italiana è stata un vero movimento culturale, anzi l’unico movimento culturale creato dal cinema italiano, mentre Magni invece la considera come qualcosa di più: “Nella sua economia” dice Magni “la commedia all’italiana ha avuto una influenza sociale fortissima”.

Comunque, secondo il regista la sua produzione filmografica classica, quella della Roma antica, ottocentesca e papalina, non rientra nei canoni della commedia all’italiana. Spiega Magni: “Ho avuto un interesse diverso dalla commedia all’italiana, se qualcosa ci ha legato è forse l’uso di certi materiali simili. I miei film sono sempre ambientati in una determinata situazione storica, sono film anche comici ma con riferimenti a realtà politiche e non di costume. Poi il fatto di avere lavorato sempre con gli attori simbolo della commedia all’italiana, Manfredi, Gassman, Sordi, Tognazzi, Vitti, ha alimentato sicuramente quello che per me resta un equivoco di fondo”.

Alla fine della chiacchierata al bar Canova, lunga due ore e mezza, indicando la Chiesa di Santa Maria dei Miracoli, in piazza del Popolo, più nota a Roma come la Chiesa degli Artisti, Magni ricorda: “Con gli amici del cinema ormai ci incontriamo piuttosto lì. Quest’anno abbiamo salutato Furio Scarpelli e qualche giorno fa pure la Suso Cecchi D’Amico”. Accompagnamo il maestro a casa, è l’occasione per avere in dono il suo libro “I cavalli della luna”, edito qualche anno fa da Baldini e Castoldi.  Prima di salire le scale di casa, Luigi Magni ricorda: “Una volta qui, a via del Babuino, sentivi il rumore dell’acqua delle fontanelle, sentivi il rumore degli zoccoli dei cavalli che trainavano le loro carrozze…” Era inevitabile, pensiamo in cuor nostro, per un cantore autentico della Roma sparita, una ventata sana e sincera di nostalgia.

Giovanni Berardi



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